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08/05/21

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Il futuro del

servizio pubblico

Le polemiche nate dopo il tentativo di “censura” denunciato dal rapper Fedez, che lo scorso 1 maggio ha accusato la Rai di aver sottoposto ad approvazione preventiva un suo intervento pubblico dedicato al ddl Zan e di aver chiesto l’omissione di nomi, cognomi e circostanze riferite ad esponenti leghisti, ha riacceso una delle diatribe più longeve del dibattito pubblico italiano, quella che da anni si occupa di immaginare un futuro per l’emittente pubblica italiana.

 

Il punto più divisivo dell’intera questione riguarda la cosiddetta “lottizzazione”, la pratica che da decenni assegna alla politica il compito di nominare i principali dirigenti dell’azienda televisiva di Stato, rimettendo di fatto ai partiti la decisione sulle linee di indirizzo del servizio pubblico.

Il sistema di quote interno alla Rai è una delle consuetudini più radicate della politica italiana e si fonda su una divisione delle nomine apicali che rispecchi quanto più possibile gli equilibri interni al Parlamento. 

 

La Rai è infatti una società per azioni controllata al 99,56% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (l’unico azionista di minoranza è la SIAE, la società che tiene insieme autori ed editori), il cui pluralismo è formalmente garantito attraverso una commissione bicamerale, nota come commissione di vigilanza, di prassi presieduta da un esponente dell’opposizione. Di fatto, però, la politica interviene direttamente sulla governance dell’azienda attraverso la nomina dell’Amministratore Delegato (scelto dall’assemblea dei soci, quindi dal governo in carica), del Consiglio di amministrazione (le cui nomine sono assegnate in modo tale da riflettere la composizione delle camere) e del Presidente (nome espresso dal governo, ma che necessita di passare attraverso l’approvazione della commissione di vigilanza).


Da tempo nella politica italiana si susseguono dichiarazioni sulla volontà di sottrarre la Rai al giogo dei partiti, ma l’ultima riforma risalente al 2015 (voluta dall’allora Governo Renzi) ha lasciato sostanzialmente inalterato il sistema. Le accuse mosse da Fedez hanno tuttavia contribuito ad alimentare il dibattito e immediatamente sono arrivate le prese di posizione del Segretario del Partito Democratico Enrico Letta e dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – quest’ultimo, tra l’altro, è “l’autore” delle attuali nomine Rai – che ancora una volta hanno rilanciato il tema di ridurre la presenza politica all’interno del Cda di viale Mazzini.

Come vedremo, i modi per farlo sono molti e non mettono davvero d’accordo nessuno. In più, con l’avvicinarsi della deadline per il rinnovo del Consiglio di amministrazione (previsto per il mese di giugno), la battaglia per il futuro della Rai potrebbe essere appena agli inizi.

Il nostro viaggio toccherà il complicato mondo della lottizzazione, per provare a capire quale strada potrebbe prendere il servizio pubblico.

Buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • Il caso Fedez ha reso ancora una volta evidenti i rischi di una Rai che deve rendere conto alla politica. L’esigenza di un servizio pubblico affrancato dall’influenza dei partiti è sentita all’interno dello stesso arco parlamentare

  • Il modello di riforma attualmente allo studio è quello ispirato alla BBC, con un comitato ristretto per gestire la Rai. La mossa aumenterebbe l’indipendenza dell’informazione e quindi migliorerebbe la qualità dei contenuti

  • L’ipotesi di una riforma della Rai appare però tutta in salita, perché il sistema giuridico italiano assegna al Parlamento il ruolo di “editore della Rai” e per molti questa è la scelta più adatta a garantire il pluralismo

  • Un’eventuale riforma dovrebbe inoltre trovare i numeri in Parlamento e tra i principali oppositori di ogni proposta c’è oggi Forza Italia, guidata da Silvio Berlusconi che è allo stesso tempo esponente politico e fondatore di uno dei concorrenti diretti della Rai

Carlo Verna (presidente dell’Ordine dei Giornalisti):

«La legge che è attualmente in vigore di fatto fa sì che l’Amministratore Delegato della Rai sia una sorta di Ministro per la Rai, nominato dal governo di turno. Fintanto che ci sono i governi di parte, il governo di turno nomina e per noi cittadini non va bene. Ragioniamoci: se noi siamo un potere di controllo, può il controllore essere nominato dal controllato? C’è un elemento di corruttela intellettuale in questo meccanismo. Ma tant’è, questa è la legge. L’Amministratore Delegato viene nominato dal governo e in questo momento al governo ci sono praticamente tutti. Semplicemente noi diciamo: dovreste trovare un accordo sui nomi? Trovatelo sulle regole.

È la cosa più giusta da fare per liberare questa risorsa preziosa dalla politica»

Maurizio Gasparri (Senatore Forza Italia):

«La Rai deve rispettare le sentenze della Corte Costituzionale, che affidano al Parlamento il ruolo di editore, perché il Parlamento è la garanzia del pluralismo. La norma voluta da Renzi, che ha dato troppi poteri all’Amministratore Delegato va corretta, perché è difforme rispetto al contenuto delle sentenze della Corte. Il Parlamento è l’editore della Rai: si possono modificare le norme, ma sempre nell’alveo delle indicazioni della Corte.

Il Parlamento, a differenza del governo, è la sede di tutti. Nel Parlamento ci sono tutti gli orientamenti e tutte le culture. Dare un potere eccessivo al governo, come ha fatto la riforma Renzi, è sbagliato perché è in contraddizione con la giurisprudenza costituzionale. Quindi tutto si può fare, ma nel solco di questo principio».

 
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La nostra intervista

Per contestualizzare al meglio l’attuale dibattito sul futuro della Rai, abbiamo deciso di farci raccontare il suo passato da Francesca Fubini, ricercatrice di storia dei media e della comunicazione di massa.

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Fubini, perché da anni continuiamo a parlare di un riassetto della governance Rai?

Francesca Fubini
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Riforma della Rai: perché sì

Il primo e principale argomento di chi si batte per una riforma del servizio pubblico ha a che fare con l’esigenza di sottrarre la Rai all’influenza della politica. All’apparenza può sembrare un semplice slogan – e nel tempo lo è diventato, tanto a destra quanto a sinistra – ma la questione è concreta. 

 

Tra le altre cose, i canali Rai ospitano alcuni tra i telegiornali più seguiti e un canale all-news (Rai News 24), che rappresenta un patrimonio giornalistico inestimabile per risorse investite e professionalità coinvolte. Le nomine dei direttori dei telegiornali e dei direttori di rete (le personalità in grado di dettare a tutti gli effetti la linea editoriale) sono formalmente decise dal consiglio di amministrazione, ma come ha spiegato il Presidente della Camera Roberto Fico in una recente intervista a Repubblica, «derivano da accordi tra i partiti di maggioranza che in quel momento storico sono al governo».

 

Durante la Prima Repubblica, i tg del servizio pubblico erano ripartiti tra le tre principali aree politiche del tempo (Rai 1 alla Democrazia Cristiana, Rai 2 all’area socialista, Rai 3 al Partito Comunista), una consuetudine mutata, ma mai estinta del tutto. L’informazione pubblica è insomma ancora oggi ostaggio della lottizzazione, un particolare che è in grado di mettere a rischio la libertà di informazione e che finisce di tanto in tanto per produrre paradossali casi mediatici come quello denunciato da Fedez. 

 

Ma una Rai libera dai partiti, spiegano i fautori della riforma, è anche una Rai più competitiva e in grado di produrre contenuti di qualità superiore. Il paragone che si fa in questi casi è quello con la BBC (British Broadcasting Corporation), la tv pubblica inglese che rappresenta da sempre uno standard di qualità giornalistica e di grandi produzioni televisive.

 

Il modello di governance del servizio pubblico britannico si fonda su una netta separazione tra il governo e gli organi che gestiscono il servizio televisivo. Il governo aziendale della BBC è di fatto composto da una fondazione di 12 membri, nominati dalla regina tra le personalità di alto rilievo nel mondo della cultura e con esperienza pregressa in ambito mediatico. Questo trust ha il compito di monitorare ciò che accade nella tv pubblica, elaborare gli obiettivi generali dell’azienda e nominare a sua volta il direttore generale e la maggioranza dei membri del consiglio esecutivo. 

 

Una “riforma sul modello BBC” è oggi auspicata trasversalmente dall’arco parlamentare e solo nelle ultime settimane proposte in questo senso sono arrivate da Beppe Grillo, Carlo Calenda e Michele Anzaldi (Italia Viva). Un’iniziativa simile slegherebbe certamente la tv di Stato dalla politica ma non risolverebbe del tutto il problema della qualità nella programmazione. Gran parte del vantaggio competitivo della BBC in questo senso deriva dalla sua capacità di sostenersi completamente con il canone e di non dover competere sul mercato della raccolta pubblicitaria. Anche per questo motivo la BBC può permettersi produzioni del calibro di Doctor Who, un franchise che genera introiti anche attraverso la vendita fuori dal Regno Unito. 


Il fatturato pubblicitario della Rai nel 2020 è stato di 642 milioni di euro (in calo del 7,4% rispetto al 2019), cifra alla quale vanno ad aggiungersi gli 1,7 miliardi di canone. Un modello misto che ogni anno porta in pancia alla Rai ricavi per circa 2,5 miliardi di euro e che secondo una fetta di opinione pubblica regala all’emittente pubblica un ingiusto vantaggio competitivo. In quest’ultimo caso, si staglia all’orizzonte anche l’ipotesi di una privatizzazione dei canali Rai, al momento comunque non particolarmente gradita ai partiti.

 

Riforma della Rai: perché no

Chi si oppone all’idea di riformare il servizio pubblico fa riferimento al concetto di pluralismo, ovvero all’idea che la Rai non debba essere indipendente dalla politica, ma debba in realtà essere rappresentativa di tutte le parti in gioco. È un concetto di governance che vede nel Parlamento l’organo supremo di garanzia della rappresentatività, in grado di coniugare tutte le istanze che gli elettori hanno affidato ai loro referenti politici.

 

Questa posizione si fonda sulla convinzione che la tv pubblica sia un bene di tutti e che in quanto tale debba effettivamente essere gestita da tutti, attraverso il meccanismo di delega della democrazia rappresentativa. Questa concezione del servizio pubblico è stata a più riprese affermata dalla Corte Costituzionale, che affida al Parlamento il ruolo di editore della Rai, e ciò spiega anche perché ogni tentativo di riforma finisca per arenarsi prima o poi, finendo nel dimenticatoio di un Parlamento che dovrebbe di fatto riformare sé stesso.  

 

Il secondo argomento di chi si batte per lasciare invariata la governance Rai è di carattere strettamente economico. Come ha spiegato su Domani l’ex produttore Rai e docente di comunicazione Stefano Balassone, una riforma del servizio pubblico ispirata al modello inglese comporterebbe in primis un reale ritorno alla funzione pubblica della Rai, che dovrebbe abbandonare le logiche di mercato per puntare sulla qualità dei contenuti. Questo si tradurrebbe automaticamente in una riduzione dei ricavi pubblicitari – «chi investe in pubblicità spinge, va da sé, per la caccia al target» spiega Balassone – che metterebbe a serio rischio gli stipendi dei 13 mila dipendenti Rai.


Non solo, una decisione simile sconvolgerebbe un equilibrio che dura da oltre quarant’anni e che vede Rai e Mediaset spartirsi la torta dei ricavi pubblicitari. Se la Rai smettesse di puntare sugli investitori, la sua quota di mercato sarebbe aggredita da nuove realtà private, una rivoluzione che metterebbe in pericolo la posizione dominante di Mediaset (principale player privato, con 2,9 miliardi di ricavi pubblicitari ogni anno). Certo non una preoccupazione di interesse pubblico, siamo d’accordo, ma rischia comunque di immobilizzare ogni riforma, data la presenza in Parlamento di un soggetto politico – Forza Italia – storicamente legato all’azienda milanese. E che non a caso è oggi tra i principali oppositori a ogni ipotesi di riforma.

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In conclusione

Una riforma del servizio pubblico è necessaria, per stessa ammissione della politica, che spinge trasversalmente per affrancare la Rai dal giogo dei partiti. Il caso Fedez ha evidenziato ancora una volta i meccanismi interni alla prima azienda culturale del Paese, immobilizzata dai veti incrociati della politica e influenzata da una pratica, quella della lottizzazione, che mette a serio rischio la stessa libertà d’informazione.

 

Il progetto di riforma al momento più concreto è quello che si ispira al modello di governance della BBC e che affiderebbe la gestione della Rai a un comitato ristretto di persone provenienti dal mondo della cultura. Questa mossa sarebbe un modo per slegare la Rai dalle logiche di mercato e puntare sulla qualità del prodotto.

 

La battaglia per la riforma del servizio pubblico appare però tutta in salita, dal momento che la Rai è strutturalmente costruita attorno alla lottizzazione e che lo stesso sistema giuridico italiano la pone in capo a un unico editore, il Parlamento, che dovrebbe essere garanzia di pluralismo. Ogni tentativo di riforma sembra già compromesso in partenza, anche per l’opposizione di un partito come Forza Italia poco incline a modificare lo status quo del panorama radiotelevisivo.

 
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