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13/03/21

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Comunicazione (e) politica

Stiamo ormai per entrare nel secondo mese di governo targato Mario Draghi, l’esecutivo di grande coalizione che a partire dal 13 febbraio scorso ha riunito sotto le stesse insegne una delle più ampie maggioranze nella storia dell’Italia repubblicana. È ancora troppo presto per dare un giudizio compiuto sull’operato dell’ex presidente della Banca Centrale Europea – la consuetudine prevede di sospendere il giudizio fino al centesimo giorno successivo all’insediamento – ma è impossibile non notare una certa discontinuità con le esperienze del recente passato. A partire dallo stile comunicativo. 

 

Nel suo primo mese da presidente del Consiglio (e ancora prima, da presidente incaricato) Mario Draghi non ha rilasciato interviste ai giornali, ha pubblicato un solo videomessaggio lungo 7 minuti, non ha creato profili sui social network e ha limitato le sue apparizioni pubbliche a quelle necessarie all’esercizio delle sue funzioni. La distanza con la strategia comunicativa del suo predecessore Giuseppe Conte è insomma notevole, ma non si tratta necessariamente di un passo avanti. 


In un intervento pubblicato il 3 marzo sul Fatto Quotidiano, il consulente in comunicazione politica Marco Venturini ha spiegato in tre punti perché la ritrosia comunicativa di Mario Draghi potrebbe «causare gravi danni al Paese», mentre il portavoce dell’ex Presidente del Consiglio Conte, Rocco Casalino, ha messo in guardia il neo premier, sottolineando che «se Draghi non parla lo faranno i partiti al posto suo». Si tratta di posizioni niente affatto isolate e di preoccupazioni comuni a diversi esperti di comunicazione politica, che hanno contribuito a riaprire un dibattito storicamente molto prolifico nel nostro Paese, quello che riguarda il giusto compromesso tra azione di governo e presenza mediatica.

La politica può fare a meno di comunicare con il suo elettorato o dovrebbe avvicinare quanto più possibile i cittadini al governo del Paese? E in questo secondo caso, qual è il confine che separa la comunicazione dalla propaganda? Ne parleremo nell’undicesima puntata di Prisma, la newsletter di Torcha che ogni settimana tratta un argomento di attualità in tutte le sue sfaccettature.

 Benvenuti e buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • Il neonato governo Draghi ha fin qui comunicato molto meno dei suoi predecessori, attirando molte lodi ma altrettante critiche

  • Chi pensa che la comunicazione sia necessaria alla politica ne fa soprattutto una questione di sacralità della democrazia rappresentativa, in cui il vincolo affidato alla politica deve essere ricambiato da una chiarezza sull’indirizzo e sui provvedimenti assunti

  • Inoltre non si può non comunicare, dal momento che i silenzi possono essere interpretati dall’elettorato o distorti dall’opposizione

  • Chi condivide la scelta di comunicare meno lo fa per paura che la comunicazione possa trasformarsi in propaganda

  • Comunicando troppo, il rischio è quello di inseguire gli elettori, cercando il consenso nel breve termine e rinunciando al ruolo del decisore politico

Luca Morisi (spin-doctor di Matteo Salvini):

«Noi facciamo campagna elettorale permanente. Anche quando non c’è campagna elettorale, Salvini inventa manifestazioni mediatiche un po’ per tenere attiva la militanza e i sostenitori del suo partito, un po’ per cercare di occupare sempre la scena mediatica. Questa costanza ha portato ai risultati a cui siamo arrivati, non ci si arriva per caso. Uno degli elementi chiave è la continuità: devi occupare costantemente la scena mediatica, la rete, la tv e il territorio».

Pier Luigi Bersani (ex segretario del Partito Democratico):

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, bisogna essere amici di tutti ma parenti di nessuno. Bisogna avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione. Il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione. Ha delle parentele sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa. Teniamoci questa autonomia, lavoriamo più a fondo».

 
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La nostra intervista

Per comprendere meglio le ragioni dietro la strategia comunicativa di Mario Draghi abbiamo chiesto aiuto a Martina Carone, consulente in comunicazione per Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova.

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Carone, quali sono i pro e i contro di una strategia “minimal” come quella inaugurata da Mario Draghi?

Martina Carone
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Comunicare la politica: perché sì

La contesa tra presenza mediatica e azione di governo potrebbe essere semplicisticamente ridotta alla differenza che intercorre tra apparenza e sostanza, ma le cose non stanno proprio così. La premessa essenziale alle argomentazioni riportate di seguito è che una buona comunicazione politica non intralcia in alcun modo il dispiegamento di una buona politica di governo, semmai ne esalta le caratteristiche. 

 

Proprio questo è il punto di partenza di chi reclama più spazio per la comunicazione: la politica ha bisogno di essere veicolata da professionisti. Le motivazioni dietro questa necessità sono molteplici e agiscono su vari livelli, primo tra tutti quello che riguarda il rapporto che in una democrazia si instaura tra elettori ed eletti. La democrazia è un istituto fragile, come ha ricordato Joe Biden nel suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca, e per prosperare ha bisogno che tra tutte le sue parti intercorra una dialettica costante, un processo in cui sia ben chiaro a tutti chi si occupa di prendere le decisioni e per quale motivo quelle decisioni sono state prese. 

 

La parola chiave è insomma accountability, ovvero la responsabilità nelle mani di chi ha l’onore di gestire il potere, inscindibile dall’onere di dover dare conto ai cittadini su come quel potere sia gestito. Secondo i suoi fautori, la comunicazione politica serve proprio a questo, a fluidificare il processo democratico e a rendicontare l’azione di governo. In questo senso, comunicare rappresenta uno dei compiti impliciti assegnati ad ogni amministratore.

 

L’altra buona ragione per volere più comunicazione politica è altrettanto pragmatica: non si può non comunicare. Questo è il primo degli assiomi della comunicazione definiti da Paul Watzlawick e dagli altri studiosi della scuola californiana di Palo Alto e vuol dire essenzialmente che anche il silenzio veicola un messaggio. Se chi ha il compito di amministrare un Paese non parla, quel silenzio potrà essere interpretato come difficoltà o come un tentativo di nascondere la propria azione. E potrà addirittura essere riempito da altri attori politici, che proveranno a definire l’azione di governo attraverso la loro chiave di lettura. 

 

Immaginiamo per un attimo cosa succederebbe se l’unica chiave interpretativa di un provvedimento fosse quella offerta dall’opposizione: la comunicazione sarebbe inevitabilmente costruita per denigrare il risultato dell’azione politica e l’unico messaggio destinato al pubblico sarebbe dunque volto al pessimismo. Sarebbe a quel punto difficile capire il senso stesso di una legge, con il rischio di minarne l’efficacia.

 

In quest’ottica, insomma, la politica è inscindibile dalla comunicazione perché è strutturalmente costruita per puntare al consenso. Un consenso che non è necessariamente elettorale – come dimostra il caso specifico del governo Draghi, esecutivo tecnico che ha manifestato l’intenzione di non candidarsi nel prossimo futuro – ma che è indispensabile alla salute della democrazia stessa.

 

Comunicare la politica: perché no

Esistono naturalmente anche delle buone ragioni per chiedere un minor impiego della comunicazione nella vita politica e la maggior parte delle motivazioni in questo senso si fondano sulla paura che la comunicazione possa facilmente tramutarsi in propaganda.

 

È una paura, questa, dettata perlopiù dall’eccessivo potere persuasivo attribuito alla comunicazione, ma non del tutto priva di fondamento. Del resto, la storia del Novecento ci insegna che un apparato statale dotato di una grande capacità comunicativa è in grado, a talune condizioni, di forgiare un’opinione pubblica particolarmente compiacente. Il timore che possano ripetersi stagioni politiche tanto tragiche è alla base di molte delle avversioni odierne per la comunicazione, anche perché in molti casi questa si fonda su una buona quanto necessaria dose di manipolazione.

 

Si tratta tuttavia di timori in gran parte infondati – soprattutto nell’attuale contesto italiano – che fanno riferimento a teorie superate dalla sociologia della comunicazione. La più famosa tra queste è la cosiddetta “bullet theory” (tradotta in italiano come “teoria del proiettile” o “teoria dell’ago ipodermico”), che considera i mass media come potenti strumenti persuasivi, in grado di agire direttamente su una massa passiva e non in grado di opporre resistenza. Questa concezione della comunicazione risale agli anni Trenta del Novecento ed è stata profondamente influenzata dalla congiuntura storica e dal livello di alfabetizzazione dell’epoca. Un’altra era, insomma, un altro approccio alla comunicazione.

 

L’altra ragione di chi esulta per il minor peso della comunicazione politica nel governo Draghi è il timore che questa possa influenzare l’azione di governo. Chi si occupa di comunicazione, oggi, sa bene che buona parte delle decisioni prese dai partiti si basano su sondaggi d’opinione e sull’analisi delle reazioni social – il cosiddetto “sentiment” – ma che la politica richiede assunzioni di responsabilità talvolta impopolari. 

 

Per questo motivo un governo troppo attento alla comunicazione potrebbe prendere decisioni utili in chiave esclusivamente comunicativa (e dunque finalizzate al consenso elettorale) fornendo un cattivo servizio alla ragion di Stato. Questa è un’argomentazione ancor più pertinente nell’attuale fase storica di emergenza sanitaria, nella quale i provvedimenti richiesti (lockdown, ristori economici) sono particolarmente impopolari e finiscono per scontentare inevitabilmente una fetta dell’elettorato. 

 

Un governo che non comunica (o che comunica con il contagocce) è visto, in questo senso, come un governo pragmatico, un decisore politico non influenzato da dinamiche esterne, che esercita il potere con il solo fine di fare ciò che è necessario per il bene del Paese. Un governo che non è tenuto a dare conto del suo operato nel breve termine, insomma, e che per questo è libero di dispiegare un’azione politica di più ampio respiro.

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In conclusione

Politica e comunicazione sono due materie separate, ma difficilmente scindibili. Chi sostiene l’idea di un forte indirizzo comunicativo nell’azione di governo lo fa soprattutto perché crede che questo rinsaldi il vincolo tra elettore ed eletto, tra decisore politico e cittadini. 

 

Questa è un’idea della democrazia rappresentativa che mette al centro la fiducia dell’elettore e la possibilità che questa possa essere ricambiata dalla politica attraverso la chiarezza e la trasparenza. La comunicazione può però rivelarsi indispensabile, soprattutto perché anche non comunicare è un modo per dire delle cose. E quelle cose potrebbero essere interpretate male dagli elettori o addirittura distorte dall’opposizione politica.

 

Al contrario, chi preme per un minor impiego della comunicazione nella politica lo fa per paura che questa sfoci nella propaganda o per preservare il ruolo del decisore politico, che riducendo i rapporti con l’opinione pubblica sarà libero di attuare i provvedimenti necessari e quelli più utili sul lungo termine. 

 

In definitiva, il giudizio sulla comunicazione diventa un giudizio sull’azione politica: in una democrazia compiuta la comunicazione è un atto necessario, oltre che inevitabile, ma l’intensità di quella comunicazione è una scelta politica. Da una parte c’è la sacralità del vincolo tra elettore ed eletto, dall’altra la sacralità dell’indipendenza del decisore politico, ognuno faccia la sua scelta.

 
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