20/03/21

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Votare a sedici anni

I recenti sviluppi dell’attualità politica hanno permesso al dibattito pubblico italiano di accantonare momentaneamente il clima emergenziale dettato dalla pandemia di Covid-19, per puntare finalmente i riflettori su una proposta di più ampio respiro. A lanciarla è il nuovo segretario del Partito Democratico Enrico Letta, che nel discorso tenuto di fronte all’Assemblea nazionale del suo partito ha proposto di concedere il diritto di voto ai maggiori di 16 anni. 

 

Non si tratta in realtà di un lancio, ma di un rilancio dato che non è un argomento inedito. Non è neanche una bandiera del centrosinistra – Letta aveva già suggerito l’idea nel 2019, ma la stessa battaglia era stata cavalcata tra il 2015 e il 2016 da Beppe Grillo e Matteo Salvini. Si è così riaperta la discussione sull’allargamento della platea elettorale e sulla partecipazione dei più giovani alla vita politica del Paese. 

 

L’età minima per esprimere il voto è stata più volte modificata in passato, con l’obiettivo di fotografare al meglio i cambiamenti socio-culturali intervenuti nella società: fino al 1912, il diritto di voto in Italia era riservato ai maschi di età superiore ai 30 anni e ai cittadini maggiori di 21 anni che rispettassero determinate caratteristiche di censo o istruzione, mentre a partire dal 1918 l’età minima è stata portata a 21 anni. È solo dal 1945 che i diritti elettorali sono stati finalmente estesi alle donne, mentre per la maggiore età come la conosciamo oggi bisognerà attendere il 1975, con la legge numero 39 che ha portato a 18 anni l’età minima per l’elettorato attivo.


La nuova proposta di Letta mira a «far parlare i giovani» e a riconoscere loro un ruolo politico già dimostrato con le manifestazioni per il clima del 2019, ma è stata accolta con un mix di interesse e scetticismo. Come sempre in questi casi, esistono alcune ragioni oggettive per considerare quella di Letta una buona proposta, ma le paure di chi si oppone al provvedimento sono tutto fuorché infondate.

Sulla possibilità di estendere il diritto di voto ai sedicenni e ai diciassettenni si sta insomma consumando l’ennesimo dibattito molto complesso e Prisma è qui per mettere in ordine le argomentazioni dei favorevoli e dei contrari, così da aiutarvi a prendere una posizione informata.

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Nel caso fossi di fretta

  • Quella di allargare la platea elettorale ai sedicenni e diciassettenni è una proposta che ha già funzionato in Europa, senza compromettere la qualità della democrazia

  • Un simile provvedimento concederebbe peso politico ad una fascia di popolazione oggi poco rappresentata, ma che ha già dimostrato impegno politico

  • Il dubbio principale riguarda la maturità dei possibili nuovi votanti e soprattutto una questione giuridica: abbassare l’età del voto farebbe diventare irragionevole quella della maggiore età, con il paradosso di concedere il diritto elettorale prima della patente di guida

  • L’intera proposta potrebbe infine non funzionare. Anche con l’ingresso degli under 18, gli elettori anziani sarebbero comunque più di quelli giovani e le proposte politiche resterebbero in mano all’attuale classe dirigente

Enrico Letta (segretario Pd):

«Quando parlo dei giovani e del fatto che il nostro partito deve essere il partito dei giovani, parafrasando don Mazzolari mi sento di dire che dobbiamo essere non il partito che parla dei giovani, ma il partito che fa parlare i giovani. I giovani saranno al centro della mia azione, lo saranno a tutto campo e su tutti i temi, penso soprattutto al tema della scuola e dell’università. I giovani oggi sono la parte più piccola della nostra società, mi porteranno a fare una battaglia anche sul tema dell’abbassamento dell’età di voto. Sono convinto che il voto debba essere dato ai sedicenni: so che è una battaglia divisiva e complicata, ma pensiamo a quanto pochi sono i giovani nella nostra società, un numero piccolissimo, ristretto, non pesano nulla. L’elettorato vota su altre priorità, noi dobbiamo allargare la fascia di peso dei giovani nella nostra società»

Mario Monti (Senatore a vita):

 «Il nostro è un Paese che gestisce le proprie politiche contro i giovani, non sono convinto che dando il voto ai sedicenni ciò cambierebbe. Mi sembra leggermente demagogico cavarsela dicendo “dobbiamo mettere i giovani più al centro delle politiche, fare politiche per loro e non contro di loro, quindi facciamoli votare”. Io do molta più importanza alla prima parte della frase, bisogna fare politiche “youth friendly”, favorevoli ai giovani, più che dare loro il contentino del voto e poi, una volta pulita la coscienza, continuare a fare politiche che li sfavoriscono»

 
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La nostra intervista

Per capire meglio come i possibili nuovi elettori hanno accolto la proposta di estendere il diritto di voto ai sedicenni, abbiamo chiesto l’aiuto di Alice Cisternino, esponente della Rete degli Studenti Padova.

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Cisternino, quali sono i pro e i contro della proposta di allargare la platea elettorali fino a includere sedicenni e diciassettenni?

Alice Cisternino
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Voto ai sedicenni: perché sì

Innanzitutto, l’eventuale decisione di concedere il diritto di voto a ragazze e ragazzi maggiori di 16 anni non sarebbe affatto una novità assoluta, nemmeno per gli Stati membri dell’Unione Europea. Il primo Paese ad abbassare l’età elettorale a 16 anni è stato Cuba nel 1976, cui fecero seguito Nicaragua nel 1984 e il Brasile nel 1988. I sedicenni a poter votare all’interno dei confini europei sono quelli austriaci (dal 2007) e maltesi (dal 2018), mentre la soglia minima sale a 17 anni per la legge elettorale greca. Un caso a parte è quello rappresentato dall’Ungheria, che concede il voto a sedicenni e diciassettenni, a patto che questi abbiano contratto matrimonio. 

 

Esperimenti tesi ad ampliare la platea elettorale sono comunque in corso in diversi altri paesi europei, come la Germania – che a partire dal 1996 permette agli under 18 di eleggere i parlamenti regionali di dieci Lander – e la Scozia, che dopo aver dato la possibilità ai sedicenni di votare nel referendum per l’indipendenza del 2014, ha definitivamente concesso questo diritto anche per l’elezione del Parlamento. 

 

La prima argomentazione di chi sostiene la possibilità di anticipare il diritto di voto a 16 anni ha dunque a che fare proprio con le esperienze dei Paesi vicini, nei quali l’abbassamento dell’età valida per recarsi alle urne non ha provocato pericolosi sconvolgimenti. E anzi, secondo una ricerca condotta nel 2012 dall’Università di Vienna, la qualità del voto – intesa come capacità di informarsi per dare un’opinione consapevole – dei ragazzi di 16 e 17 anni non è affatto inferiore rispetto a quella degli elettori più anziani. 

 

Concedere ai sedicenni la possibilità di esprimersi alle urne non abbasserebbe insomma la qualità della democrazia, ma presenterebbe dei vantaggi reali? La risposta è sì, almeno secondo i sostenitori del provvedimento, per i quali coinvolgere le nuove generazioni nella vita politica porterebbe degli indubbi benefici al Paese. In fondo, i più giovani sono la fascia di popolazione che subirà più a lungo gli effetti delle scelte attuali e hanno a più riprese dimostrato di avere a cuore quei temi su cui spesso le generazioni precedenti hanno latitato, prima tra tutte la battaglia per il clima. 

 

Come ha spiegato Enrico Letta nell’intervento di fronte all’assemblea del Pd, abbassare l’età minima per il voto vuol dire anche e soprattutto concedere peso politico a una fetta di popolazione oggi sottorappresentata, cioè non in grado di eleggere dei rappresentanti che portino in Parlamento le loro istanze. In questo senso, come ha spiegato Alessandro Rosina sul Sole 24 Ore, la proposta di Letta non sconvolgerebbe gli equilibri demografici del voto – gli elettori under 35 sarebbero comunque 2 milioni in meno di quelli over 65 – ma di certo ridurrebbe il divario, tratteggiando una società più equa. 

 

Voto ai sedicenni: perché no

Chi si oppone alla possibilità di estendere il diritto di voto agli under 18 ne fa soprattutto una questione di maturità e di istruzione. Del resto, 16 anni è esattamente l’età in cui cessa l’obbligo scolastico, quella in cui una ragazza o un ragazzo possono frequentare al massimo la terza superiore. A quell’età, è la critica, una persona non ha gli strumenti per formare una propria idea politica e dunque nella pratica finirebbe per farsi facilmente condizionare, soprattutto dagli altri membri della famiglia, facendo paradossalmente aumentare il potere di voto di chi i diritti elettorali ce li ha già.

 

Ma se il dato relativo alla maturità politica non è misurabile e quello dell’istruzione non è contemplato dalla stessa Costituzione (che infatti non esplicita limiti di questo tipo), più complicata si fa la situazione quando si guarda al diritto. Come ha spiegato su HuffPost il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, abbassare l’età minima per il voto rischierebbe di rendere irragionevole la maturità ordinaria (oggi fissata a 18 anni), che in Italia coincide con la capacità di agire e autodeterminarsi. Il paradosso, in questo caso, sarebbe quello di considerare un sedicenne maturo abbastanza da esprimere la propria preferenza elettorale, ma non per ottenere la patente o per essere giudicato come un adulto in tribunale. 

 

L’ultima opposizione all’allargamento della platea elettorale è di carattere pratico. Come sosteneva nel 2019 il senatore a vita Mario Monti, concedere a sedicenni e diciassettenni il diritto di voto non significa automaticamente fare i loro interessi, soprattutto se questa decisione non fosse accompagnata da adeguate politiche attive a favore dei più giovani. Un ragionamento simile è stato recentemente esposto sui social network anche dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che considera un “contentino” la possibilità di votare perchè andrebbe a mascherare altre e più gravi lacune nell’approccio della politica alle nuove generazioni. 

 

Questo argomento appare piuttosto trasversale all’arco politico ed è stato paventato su La Stampa da Michela Marzano, filosofa ed ex deputata del Partito Democratico: «Cos’è che ci rimproverano veramente i più giovani?» si è chiesta retoricamente l’accademica, «Di non votare a 16 anni oppure di non poter ottenere un posto di lavoro nonostante si diplomino e si laureino?». Le paure di Monti, Meloni e Marzano appaiono in un certo senso ben riposte, anche perché, come abbiamo visto in precedenza, l’allargamento della platea agli under 18 non basterebbe da solo a riequilibrare il potere decisionale oggi nelle mani di un elettorato tendenzialmente anziano e per funzionare necessiterebbe di decisioni politiche che ancora per un po’ spetteranno all’attuale classe dirigente.

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In conclusione

L’idea di allargare la platea elettorale fino a comprendere i maggiori di 18 anni presenta alcuni innegabili vantaggi. È innanzitutto una proposta che ha già funzionato in contesti simili all’Italia senza intaccare la qualità della democrazia e in più concederebbe peso politico ad una fascia di popolazione oggi poco rappresentata.

 

Dall’altra parte, una simile decisione potrebbe mandare alle urne un esercito di persone senza una coscienza politica definita, con il paradosso di considerare il voto una materia meno sensibile rispetto all’ottenimento della patente di guida. Ma soprattutto, temono in molti, è una decisione che potrebbe non portare vantaggi concreti ai più giovani, dato che non si tradurrebbe automaticamente in un maggiore interesse da parte della classe politica a promuovere politiche attive per i giovani. 

 

In passato, l’età minima per votare è cambiata più volte per fotografare al meglio i cambiamenti socio-culturali intervenuti nella società italiana. I sedicenni di oggi non sono necessariamente più maturi rispetto a quelli del 1975 – quanto l’età minima per il voto fu portata a 18 anni – ma rispetto ad allora è cambiato l’arco temporale dei problemi da affrontare, con l’emergenza climatica che oggi minaccia direttamente il nostro futuro prossimo. Quindi ben venga concedere il diritto di voto a sedicenni e diciassettenni, ma sarà tutto inutile se questa decisione non fosse accompagnata da un impegno concreto per promuovere le istanze di cui quella generazioni si è fatta portatrice.

 
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