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03/04/21

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Tornare a scuola

Quello che riguarda la possibile chiusura o riapertura degli istituti scolastici è uno dei temi più delicati e dibattuti dall’inizio dell’emergenza sanitaria a oggi e questo a causa dell’importanza della posta in palio, certo, ma anche e soprattutto per l’assenza pressoché totale di dati certi, che non permette alle istituzioni di prendere decisioni definitive. L’ultimo approccio del governo italiano in materia è quello comunicato dal presidente del Consiglio Mario Draghi, che nella conferenza stampa dello scorso 26 marzo ha giustificato la scelta di far ripartire le classi elementari e medie con il sopraggiungere di non meglio precisate «evidenze scientifiche».

 

Secondo la maggior parte delle ricostruzioni giornalistiche, il riferimento di Draghi è a uno studio italiano pubblicato a fine marzo sulla rivista Lancet Regional Health - Europe, che giungeva alla conclusione secondo cui «le aperture scolastiche non devono essere considerate come un fattore rilevante per la diffusione dell’epidemia di Covid-19». Si tratta di un approccio non condiviso da tutta la comunità scientifica e, come vedremo, piuttosto criticato da parte del mondo accademico italiano, ma tanto è bastato per riaprire la disputa mai sopita sui rischi e sui benefici di riportare gli alunni nelle classi. 

 

La didattica in presenza era stata sospesa in Italia a partire dal 15 marzo 2021, con il sopraggiungere delle misure restrittive contenute nel decreto-legge che istituiva le nuove zone rosse, ma gli studenti avevano già dovuto rinunciare alle lezioni in classe lo scorso 5 marzo 2020, con il primo lockdown. La popolazione studentesca interessata è di oltre 6 milioni di unità: 2 milioni e 700 mila bambini della scuola dell’infanzia e primaria, un milione e 200 mila alunni delle medie e 2 milioni e 300 mila studenti delle superiori.

 

Da una parte ci si concentra sui possibili danni psicofisici che una lunga chiusura delle scuole costerebbe ai ragazzi e alle loro famiglie – come ha fatto Michela Murgia in un recente articolo pubblicato su L’Espresso – dall’altra sui rischi che una riapertura non supportata dai dati comporterebbe in termini di contagio. Il punto focale del dibattito sta nella consapevolezza che entrambe le paure potrebbero rivelarsi fondate e che tutto potrebbe finire per risolversi in una semplice analisi dei costi e dei benefici.


Il tema della riapertura delle scuole è insomma un intricato rompicapo, davanti al quale i dati e le conoscenze in nostro possesso potrebbero non bastare. Ma per il momento dati e conoscenze parziali sono tutto ciò che abbiamo e proveremo a presentarli nella quattordicesima puntata di Prisma, la newsletter di Torcha dedicata all’attualità.

 Nel numero di questa settimana ci occuperemo della riapertura degli istituti scolastici, che nei giorni a cavallo delle festività pasquali interesserà le classi elementari e medie.

Benvenuti e buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • Quello della riapertura delle scuole è un tema delicato: i dati in nostro possesso sono pochi e gli studi pubblicati contrastanti

  • Numerosi studi testimoniano che bloccare la didattica in presenza ha effetti negativi sia sul fisico che sulla psiche degli studenti

  • Non mancano nemmeno le ripercussioni sulle famiglie, che devono affrontare tutti i problemi derivanti dalla Dad

  • Dall’altra parte c’è però la Covid-19 e l’emergenza sanitaria che da più di un anno interferisce con le nostre vite

  • In questo senso, diverse ricerche suggeriscono che la chiusura delle scuole abbia un effetto positivo sui casi di contagio, ma altri studi, in particolare uno italiano, espongono la tesi opposta

Sara Gandini (direttrice del Dipartimento di epidemiologia e biostatistica dell’Istituto Europeo di oncologia di Milano):

«Abbiamo analizzato i dati delle scuole italiane durante la seconda ondata e quindi da settembre a dicembre 2020. Abbiamo mostrato che l’incidenza di positività al tampone per gli studenti era significativamente più bassa rispetto alla popolazione generale, in media del 39%. Tra gli insegnanti è maggiore, ma i contagi avvengono di più tra insegnante e insegnante, ovvero tra adulto e adulto. Siamo poi andati a vedere l’andamento della pandemia con l’apertura e la chiusura delle scuole: abbiamo trovato che la data di apertura delle scuole non è correlata con l’andamento dell’innalzamento della curva. Non abbiamo trovato una correlazione tra le curve con l’apertura e la chiusura delle scuole».

Giovanni Sebastiani (Matematico e ricercatore del CNR):

«Era già noto che i ragazzi contribuissero alla trasmissione del coronavirus, non tanto per la loro presenza nei locali scolastici, ma per tutte le attività connesse come trasporti e socialità. C’erano dati che mostravano che sotto gli 11 anni non c’era trasmissione, ora sembra che contribuisca anche quella fascia. E anzi, sembra che la fascia sotto gli 11 anni sia stata la prima a contribuire alla crescita. Io ritengo che sia azzardato e rischioso iniziare la scuola dopo le vacanze di Pasqua o addirittura prima. Sarebbe auspicabile essere prudenti e applicare il principio di precauzione».

 
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La nostra intervista

Per approfondire il tema della possibile riaperture delle scuole e dei rischi di contagio che da ciò potrebbero scaturire, abbiamo chiesto aiuto a Massimo Sandal, divulgatore scientifico ed editor della testata di fact-checking Facta.

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Sandal, quali sono i rischi di riaprire le scuole in questa fase della pandemia?

Massimo Sandal
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Riaprire le scuole: perché sì

Come abbiamo visto, l’argomento principale di chi spinge per l’apertura immediata delle scuole risiede nelle possibili conseguenze a breve e lungo termine sulla salute psicofisica degli studenti. Secondo uno studio condotto su un campione di 860 bambini spagnoli tra i 3 e i 16 anni, i soggetti in età scolare hanno risentito in modo particolare delle misure restrittive anti-Covid, manifestando una diminuzione dell’attività fisica e del consumo di frutta e verdura, a fronte di un considerevole aumento delle ore di esposizione allo schermo del pc. 

 

Uno studio cinese risalente ad aprile 2020 aveva invece riscontrato una maggiore incidenza di sintomi della depressione dopo soli tre mesi di chiusura delle scuole. La salute mentale di bambini e adolescenti è al centro anche di una recente ricerca pubblicata il 1 febbraio 2021, che evidenzia come la pandemia di Covid-19 possa «peggiorare problemi di salute mentale esistenti tra bambini e adolescenti a causa della combinazione unica di emergenza sanitaria, isolamento sociale e recessione economica».

 

Ma se le conseguenze negative della didattica a distanza su bambini e adolescenti è innegabile, non mancano le ripercussioni sulle famiglie. Secondo uno studio condotto da Unicef, una famiglia su tre in Italia non è riuscita a sopportare il carico dell’apprendimento, tra la mancanza di una connessione internet stabile, di dispositivi digitali di buona qualità e disponibilità di tempo da parte dei genitori. Il 6% del campione preso in esame ha affrontato durante la pandemia un insuperabile digital divide, grazie a una connessione internet assente o insufficiente, mentre per il 27% il problema è la tecnologia inadeguata, ovvero dispositivi superati o in numero non sufficiente a soddisfare le esigenze di tutti i membri della famiglia.


Per il 30% degli intervistati il problema principale è stato invece quello di non avere abbastanza tempo da dedicare ai figli, che seguendo le lezioni da casa hanno complicato non poco la vita dei genitori. In questo senso, il ruolo della didattica in presenza è anche quello di garantire maggiore agibilità ai genitori-lavoratori e riaprire le scuole sarebbe un importante passo in questo senso.

 

Riaprire le scuole: perché no

Se i motivi per chiedere la riapertura degli istituti scolastici sono molteplici, chi ne auspica la temporanea chiusura fa leva su un solo argomento, ma decisamente convincente: l’emergenza sanitaria globale che da oltre un anno condiziona pesantemente le nostre vite. Le difficoltà fisiche e psicologiche delle persone sottoposte a misure restrittive sono infatti un dato incontrovertibile, ma cosa c’è sull’altro piatto della bilancia?

 

Secondo uno studio pubblicato sull’autorevole rivista Nature a febbraio 2021, le misure volte a chiudere scuole e università hanno contribuito a ridurre di circa il 35% l’indice Rt, ovvero il parametro che misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva, più di quanto abbia fatto da solo l’ordine di non abbandonare le abitazioni.

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A conclusioni simili sono giunti anche uno studio pubblicato sul Bmc Medicine che sottolinea «una forte evidenza di un’associazione tra chiusura delle scuole e Rt ridotto» e quello del Scientific Reports, che osserva un calo dei casi giornalieri di Covid-19 pari al 12% dopo 6 settimane dalla chiusura delle scuole. Numeri ancora superiori sono quelli che arrivano dal Journal of the American Medical Association, che nel luglio scorso quantificava nel 60% l’incidenza delle misure volte a chiudere le scuole nella riduzione dei casi di Covid-19.

 

Alcuni studi suggeriscono che le chiusure scolastiche possano incidere sull’indice di contagio, senza però riuscire a determinare in che misura – come questo del British Medical Journal – mentre, al contrario, alcune ricerche riferiscono di indici di trasmissione molto bassi nelle scuole, come quelle pubblicate da Lancet Child & Adolescent Health ed Eurosurveillance.

 

In questi giorni, l’opinione pubblica nostrana sta invece discutendo di uno studio pubblicato nella seconda metà di marzo dal Lancet Regional Health - Europe, pubblicazione affiliata alla prestigiosa rivista medica The Lancet. L’articolo in questione è stato realizzato da un team italiano guidato dalla dottoressa Sara Gandini (direttrice del Dipartimento di epidemiologia e biostatistica dell’Istituto Europeo di oncologia di Milano) ed è giunto alla conclusione che, nel periodo compreso tra il 12 settembre e l’8 novembre 2020, l’incidenza di studenti positivi nelle scuole è stata inferiore a quella registrata nella popolazione generale. 

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Per la precisione, lo studio ha riscontrato 66 casi di positività all’infezione da Sars-CoV-2 ogni 10mila abitanti nelle scuole elementari e medie e 98 casi ogni 10mila abitanti nelle scuole superiori, contro i 108 positivi ogni 10mila abitanti della popolazione generale. I risultati hanno suscitato diverse reazioni all’interno della comunità scientifica, soprattutto perché secondo alcune ricostruzioni sarebbero stati quelli che hanno convinto il presidente del Consiglio Mario Draghi dell’opportunità di riaprire le scuole elementari e medie nei giorni a cavallo delle feste pasquali. 

 

Tra i più critici nei confronti della pubblicazione c’è Andrea Casadio, giornalista ed ex ricercatore di neuroscienze, che su Domani ha sottolineato come nel periodo preso in esame il rischio di contagio fosse generalmente più basso, dal momento che la seconda ondata era ben lontana dal suo picco e che il peso delle varianti era inferiore. La principale criticità sottolineata da Casadio – e da diversi scienziati – è però rivolta alla sottovalutazione di un aspetto cruciale della malattia: i bambini tendono a essere maggiormente asintomatici, individuare e tracciare i casi di contagio nelle scuole è molto difficile. 

 

Anche per questo i dati in nostro possesso sono pochi e datati, come ha sottolineato il 26 gennaio Stefano Merler, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler che nel presentare un modello matematico al Comitato Tecnico Scientifico ha sottolineato come non esistano «stime di trasmissibilità nelle scuole» e che ogni analisi sul tema dovrà «basarsi solo sul numero dei contagi che avvengono in età scolare, senza avere evidenza se questi siano avvenuti all’interno delle scuole, prima dell’ingresso negli istituti scolastici o nelle attività periscolastiche».

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In conclusione

Parlare oggi di riapertura delle scuole non è semplice, perché i dati in nostro possesso sono pochi e gli studi pubblicati contrastanti. Sappiamo con certezza che fermare la didattica in presenza ha degli effetti di breve e lungo termine sulla salute degli studenti, sia su quella fisica che su quella mentale, anche se non sappiamo ancora valutarne la portata.

 

Sappiamo anche che l’eccezionalità dell’emergenza sanitaria in corso richiede sacrifici, con l’obiettivo di ridurre quanto più possibile la perdita di vite umane. In questo senso, numerosi studi evidenziano l’utilità delle misure volte a chiudere le scuole nel ridurre i casi di contagio, ma un recente studio italiano contiene invece la tesi opposta.

 

Al momento le informazioni in nostro possesso non consentono di prendere una scelta ponderata e il rischio maggiore è che siano reali tanto le preoccupazioni sulla salute psicofisica di bambini e ragazzi, quanto quelle riferite alle scuole come luoghi di contagio. Si tratta, in questo caso, di una decisione che spetta alla sensibilità politica del governo, un’analisi dei costi e dei benefici che avremmo sperato di non dover fare mai.

 
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