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29/05/21

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Successioni

La settimana appena trascorsa è stata segnata dal dibattito pubblico sull’imposta di successione, la tassa sul trasferimento della proprietà (in linea diretta o indiretta) che il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha proposto di aumentare per i patrimoni sopra ai 5 milioni di euro, con l’obiettivo di finanziare una “dote” pari a 10 mila euro da distribuire ogni anno a 280 mila neodiciottenni. 


Nell’idea di Letta, il “trasferimento di ricchezza” dovrebbe colpire l’1% più ricco della popolazione e a beneficiare della misura sarebbe quella che viene chiamata “generazione Covid”, ovvero i giovani tra i 13 e i 17 anni (selezionati sulla base del reddito) che, per i prossimi 5 anni, potrebbero approfittare di un sostegno economico una tantum da investire in spese legate alla formazione e all’istruzione, per pagare le rate del mutuo o il canone d’affitto o anche per avviare nuove imprese.

La misura redistributiva annunciata da Letta è stata accolta con un certo scetticismo già all’interno dello stesso Partito Democratico e ha ricevuto il secco no di Lega e Fratelli d’Italia, che da fronti opposti della maggioranza di governo hanno bocciato l’idea di un aumento delle aliquote sull’imposta di successione. Non solo, la proposta è stata stoppata sul nascere anche dal presidente del Consiglio Mario Draghi, che durante la conferenza stampa dello scorso 20 maggio ha gelato il segretario del Pd spiegando come questo non sia il momento «di prendere i soldi dei cittadini» ma di darli.

Il tema della redistribuzione della ricchezza sembra essere ampiamente minoritario all’interno del dibattito politico. Ma quali sarebbero i risultati di una misura simile? E perché l’idea di Enrico Letta ha incontrato tante resistenze?

Ne parliamo in questa puntata di Prisma, la newsletter di Torcha che ogni settimana tratta un argomento di attualità attraverso tutte le sue sfumature.

 

Benvenuti a bordo, dunque, e come sempre buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • La proposta lanciata da Enrico Letta riguarda un aumento dell’aliquota sull’imposta di successione per lasciti sopra i 5 milioni di euro, con il nuovo gettito che andrebbe a finanziare una dote di 10 mila euro per i neodiciottenni (selezionati sulla base del reddito)

  • I fautori della proposta considerano questo trasferimento di ricchezza un buon modo per combattere le disuguaglianze, già  ampie e presenti nella nostra società, poi aumentate durante la pandemia

  • L’imposta di successione italiana è una delle più basse al mondo e in questo senso aumentare l’aliquota sarebbe un modo per adeguarsi agli standard degli altri Paesi

  • Chi si oppone alla proposta Letta sottolinea che l’Italia è già uno dei Paesi in Europa più tassati e che non sarebbe una buona idea aumentare la pressione sociale

  • La misura potrebbe inoltre risultare inefficace, dal momento che l’imposta di successione è generalmente considerata facile da eludere e la platea dei neodiciottenni non è tra le fasce più bisognose della popolazione

Enrico Letta (segretario del Partito Democratico):

 «La dote per i diciottenni dev’essere finanziata non con gli altri finanziamenti di Next Generation, perché quelli sono finanziamenti a debito. E quindi i giovani a cui diamo i soldi oggi dovranno ripagare domani. Ma la nostra idea è quella di usare un pezzettino di tassa di successione per l’1% più ricco della popolazione italiana. A una parte di italiani che possono aiutare, vorremmo chiedergli di farlo per aiutare i diciottenni, i giovani più colpiti dalla crisi»

Matteo Salvini (segretario Lega):

«Sono pienamente d’accordo col presidente Draghi, l’ultima cosa di cui han bisogno gli italiani adesso sono nuove tasse. Oggi come Lega abbiamo proposto la nostra idea di taglio delle tasse: prudente, concreta, immediata, efficace. Imu sugli immobili sfitti, Iva sui beni di prima necessità, Irpef a partire dal ceto medio. Sono allucinato dal fatto che invece il segretario del Partito Democratico possa pensare a una nuova tassa. Come dice il presidente Draghi non è il momento di togliere soldi dalle tasche degli italiani, ma è il momento di rimetterglieli».

 
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La nostra intervista

Per capire meglio la funzione dell’imposta di successione e i risvolti pratici di un suo aumento, abbiamo chiesto aiuto a Benedetta Giuseppin, ricercatrice di teoria politica.

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Benedetta Giuseppin
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Aumentare l’imposta di successione: perché sì

Il principale argomento utilizzato dalla fetta di opinione pubblica che si è dimostrata favorevole alla proposta del segretario Dem ha a che fare con la necessità di combattere le disuguaglianze, che sono persino aumentate nel corso dell’emergenza sanitaria globale. 

 

Secondo un recente rapporto pubblicato dall’Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che tiene insieme i 37 Paesi con le economie più avanzate al mondo) il 10% delle famiglie detiene oggi circa la metà della ricchezza netta (nei 26 Paesi considerati) e un quinto di questa è nelle mani dell’1% più ricco.

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L’Italia è all’apparenza uno dei Paesi meno colpiti da questa concentrazione, ma il trend appare tutt’altro che incoraggiante: l’ultimo rapporto Oxfam sulle disuguaglianze socio-economiche in Italia sottolinea che nel periodo pre-pandemia «il top-10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possedeva oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione» e che tale sbilanciamento si è intensificato tra il 2020 e il 2021, quando «metà delle famiglie italiane dichiarava di aver subito una contrazione del proprio reddito ed il 15% di aver visto dimezzarsi le proprie entrate». Le disuguaglianze in Italia sono forse minori che altrove, ma lo squilibrio non è solo evidente, ma anche destinato ad ampliarsi nel prossimo futuro. 


A questi dati va aggiunta una considerazione che riguarda la scarsa mobilità sociale. Secondo una ricerca del 2018, condotta da Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio per Bankitalia, questa distribuzione del reddito contribuisce significativamente «alla persistenza delle condizioni sociali ed economiche dei figli rispetto a quelle dei padri» e i test Invalsi hanno dimostrato come i ragazzi che vengono da una famiglia svantaggiata siano sistematicamente svantaggiati nello studio rispetto ai loro coetanei con più mezzi economici. Ciò significa che non solo la ricchezza diseguale si eredita per linea di discendenza, ma che questo fattore contribuisce in modo decisivo a creare un divario educativo che non permetterà ai discendenti di famiglie povere di migliorare la propria condizione socio-economica.

 

Questo scenario (che presenta un trend in costante peggioramento) rende evidente la necessità di intervenire per riequilibrare la distribuzione della ricchezza, ma con quali mezzi? Secondo i fautori della proposta Letta, lo strumento ideale per perseguire l’obiettivo è la tassa di successione, che in Italia è tra le più basse al mondo. Sempre secondo lo stesso rapporto Ocse, solo lo 0,5% di tutte le entrate raccolte proviene da imposte sull’eredità o sulle donazioni (nel 1970 era l’1%), una percentuale che scende allo 0,1% guardando al suolo italiano. Come scrive Avvenire, il gettito dell’imposta di successione in Italia è di appena 800 milioni di euro ogni anno, contro i 6 miliardi del Regno Unito, i 7 miliardi della Germania e i 14 miliardi della Francia.

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I ricercatori sottolineano come l’aliquota applicata in Italia ai patrimoni ereditati sia tra le più basse in assoluto (il 4%) e contemporaneamente la nostra legislazione consenta una delle più alte soglie di esenzione (ovvero la cifra sotto la quale non si applica l’imposta, che in Italia è oggi pari a un milione di euro). Per fare un raffronto, l’unico Paese al mondo con una soglia di esenzione superiore sono gli Stati Uniti d’America, che in ogni caso applicano un’aliquota del 40%. La proposta lanciata da Letta lascerebbe invariata la franchigia di un milione di euro e l’aliquota del 4 sotto i 5 milioni, ma intende tassare al 20% tutti i patrimoni superiori ai 5 milioni – in Germania l’aliquota è del 30%, in Spagna del 34% e in Francia 45% – ovvero meno dell’1% della popolazione italiana.

 

Aumentare l’imposta di successione: perché no

L’argomento più frequente tra chi si oppone all’aumento dell’imposta di successione è quello che sottolinea l’alta pressione fiscale già presente in Italia. Insomma, la tassa sui patrimoni ereditati sarà anche più bassa rispetto al resto del mondo, ma tale differenza è ampiamente giustificata dall’ammontare delle altre imposte. 

 

Secondo le ultime rilevazioni Eurostat, nel 2019 l’Italia era il sesto Paese in Europa per pressione fiscale e il totale delle imposte equivale oggi al 43,1% del Pil (+0,7% rispetto al 2020). Aumentare l’imposta di successione peserebbe ulteriormente su questo dato e, come ha spiegato il presidente del Consiglio Mario Draghi, ogni ipotesi riguardante nuove tasse dovrà essere congelata fino ad una riforma dell’intero impianto fiscale.

 

Chi storce il naso di fronte alla proposta di Letta mette però in dubbio anche l’efficacia di una simile tassazione. Come spiegava nel 2020 l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, l’imposta di successione è anche una delle più soggette a elusione fiscale, dal momento che «buona parte delle ricchezze di grandi dimensioni sono detenute all’estero, spesso celate al fisco tramite mandati fiduciari o trust funds» e che esistono molti modi di evitare l’imposta, tra cui quello di «intestare la nuda proprietà di un’abitazione a uno dei futuri eredi, mantenendo soltanto l’usufrutto».

 

Parlando di grandi capitali, inoltre, andrebbe anche considerato che l’imposta di successione non si applica a società quotate in borsa e a quote di controllo – questo accade per evitare che gli imprenditori evitassero di quotarsi in borsa pur di sfuggire al fisco – e ciò esenta dall’imposta una fetta di contribuenti non vastissima, ma mediamente piuttosto ricca. Secondo i critici, dunque, i 2,8 miliardi di nuovo gettito annuo calcolati da Letta potrebbero essere un po’ ottimistici e, soprattutto, non colpirebbero i “veri ricchi”.

 

L’ultima obiezione sollevata da chi ha bocciato la proposta redistributiva riguarda l’utilizzo dei suoi proventi e in quest’ottica, la “dote” di 10 mila euro ai neodiciottenni non risolverebbe in modo incisivo il problema delle disuguaglianze. Innanzitutto per un problema strutturale dell’imposta di successione, come spiegava lo scorso novembre su Domani l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, secondo cui «La natura delle nostre economie e delle nostre società sembra non consentire a questa particolare imposta di funzionare adeguatamente. Quando viene introdotta in forme incisive, sistematicamente si creano di fatto o di diritto possibilità di elusione o di evasione, il dibattito e le polemiche si sviluppano, ma la sostanza non cambia».


In secondo luogo, l’efficacia della proposta potrebbe infrangersi proprio contro la platea scelta da Letta. Scrive Massimo Famularo sul Sole 24 Ore: «Tra gli strumenti per perseguire la giustizia sociale, l’imposta sulla successione e i bonus ai giovani adulti risultano tra i meno efficaci e i più distorti perché sussidiano una categoria di individui che difficilmente si può annoverare tra i più bisognosi». Insomma, 10 mila euro tolti a chi un patrimonio molto elevato e donati a un neodiciottenne sono certamente una redistribuzione della ricchezza, ma è davvero questo il modo più efficace per riequilibrare la nostra società?

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In conclusione

Nel corso dell’ultima settimana il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha proposto di aumentare l’aliquota sull’imposta di successione dei redditi sopra i 5 milioni di euro e destinare il maggiore gettito per finanziare una dote di 10 mila euro per i neodiciottenni. La proposta ha attirato numerose critiche ed è stata bloccata dal presidente del Consiglio Mario Draghi, che ha rimandato ogni ipotesi di nuove tasse all’approvazione di una riforma generale del fisco. 

 

I fautori dell’aumento di imposta considerano la proposta di Letta un ottimo modo per combattere le disuguaglianze, che sono aumentate nel corso dell’emergenza sanitaria globale. Inoltre, la tassa sui lasciti applicata in Italia è tra le più basse al mondo e in quest’ottica un aumento delle aliquote sarebbe un modo per adeguarsi agli standard degli altri Paesi.

 

Chi si oppone alla proposta del segretario Dem ne fa soprattutto una questione di pressione fiscale, dal momento che l’Italia è il sesto Paese in Europa per tasse pagate e un valore di imposte che si aggira sul 43,1% del Pil. C’è poi un problema di efficacia: secondo gli esperti, l’imposta di successione è una delle tasse più facili da eludere e quella dei neodiciottenni potrebbe non essere la platea giusta da cui partire per combattere le disuguaglianze.

 
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