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13/02/21

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Sistemi elettorali

I giorni caldi della crisi di governo hanno riacceso i riflettori sull’instabilità del sistema politico italiano, uno dei tratti caratteristici di quasi tutti gli esecutivi succedutisi dagli albori della storia repubblicana a oggi. È una dinamica, questa, che gli esperti fanno fatica a inquadrare in tutta la sua complessità e che può avere diverse spiegazioni. Nei giorni scorsi ad esempio, il sociologo e politico Carlo Trigilia ne proponeva una su Domani, incentrata sull’idea che la frammentazione politica attuale possa essere figlia delle profonde divisioni della sinistra, del conflitto tra Stato e Chiesa inaugurato con l’Unità d’Italia e dell’eredità repressa dell’esperienza fascista. In altre parole, della storia italiana. 


Esiste però una cospicua parte di commentatori convinti che l’incertezza politica possa essere ridotta – se non addirittura annullata – per via normativa, con l’adozione di un diverso sistema elettorale. È una posizione comune oggi alla maggior parte dei partiti italiani, come ci insegna il recente dibattito sul tema guidato dal presidente del Consiglio uscente Giuseppe Conte e punta tutto sull’idea che un sistema proporzionale – ovvero un sistema che mira a riprodurre fedelmente in Parlamento le preferenze dell’elettorato – possa portare in dote maggioranze stabili. O almeno, più stabili rispetto a quelle generate da un sistema maggioritario, dove la rappresentanza delle minoranze viene fortemente limitata.

Come vedremo, questo non è del tutto vero: l’Italia è andata al voto con sistemi proporzionali, con sistemi maggioritari e con sistemi misti – che rappresentavano un compromesso tra i due – ma le variabili che entrano in gioco nell’immaginare una legge elettorale sono molte di più. Dunque, qual è la differenza tra i due modelli? E quale di questi si adatta meglio al contesto politico, storico e sociale del nostro Paese? Sono domande non scontate, che richiedono risposte complesse e ragionate: tutto ciò che serve per dare il via alla settima puntata di Prisma, la newsletter di Torcha che, come avrete intuito, questa settimana sarà interamente dedicata ai sistemi elettorali.

Benvenuti e buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • Il sistema politico italiano è affetto da un’instabilità che cela ragioni storiche, ma che potrebbe essere in qualche misura ridotta con la scelta di un sistema elettorale

  • Il sistema proporzionale assicura la rappresentanza e fotografa le tendenze politiche in corso nel Paese, ma spesso la sola maggioranza possibile è quella frutto di compromessi in Parlamento

  • Un sistema proporzionale è tendenzialmente un sistema più equo, dal momento che, contrariamente a quello maggioritario, non ricerca esclusivamente il consenso del ceto medio

  • Il sistema maggioritario limita la rappresentanza, ma assegna un mandato popolare forte

  • I ministri dei governi eletti con il sistema maggioritario sono mediamente più longevi e dunque in grado di sviluppare politiche di medio-lungo termine

Giuseppe Conte (ex presidente del Consiglio):

«L’impegno del governo è quello di promuovere una riforma elettorale di impianto proporzionale, che possa coniugare le ragioni del pluralismo e della rappresentanza, con l’esigenza ineludibile di assicurare una complessiva stabilità al sistema politico. Abbiamo vissuto una frantumazione della rappresentanza, se vogliamo ricomporre questo quadro non è possibile farlo con una legge elettorale che costringa nello stesso involucro sensibilità così diverse. Questo artificio condurrebbe all’instabilità politica».

Walter Veltroni (ex segretario del Partito Democratico):

«Si sono fatte tutte le leggi elettorali pensando che convenissero, io continuo a rimanere della mia idea: questo Paese ha bisogno di governabilità. La democrazia ha bisogno di governabilità. Se torniamo al proporzionale sarà il festival della frammentazione, dei governi fatti senza nessun potere dei cittadini, del potere di ricatto dei partiti del 4-5% che dicono “O mi dai la presidenza dell’Eni o faccio cascare il governo”. Abbiamo già visto questo film e abbiamo fatto tanto perché non si dovesse più rivedere. Il rischio è che i prossimi parlamenti siano ingovernabili o peggio, siano oggetto della formazione di alleanze di governo frutto dell’alchimia politica».

 
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La nostra intervista

Per analizzare più da vicino le differenze tra un sistema proporzionale e uno maggioritario abbiamo chiesto l’aiuto di Marco Busetto, autore e fondatore di Buvette, la newsletter sul Parlamento italiano.

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Busetto, quali sono i pro e i contro dei due sistemi elettorali?

Marco Busetto
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Perché adottare il proporzionale

Innanzitutto, il sistema proporzionale è quello adottato dall’Italia in tutte le consultazioni politiche dal 1946 al 1993 e viene utilizzato ancora oggi per l’elezione del Parlamento europeo e dei consigli comunali sopra i 15 mila abitanti. Come anticipato, questo tipo di impianto serve ad assicurare alle diverse liste un numero di posti proporzionale ai voti ricevuti, ma viene spesso alterato con l’utilizzo di premi di maggioranza (ovvero la concessione di seggi extra per la lista che ha ottenuto più voti) e di soglie di sbarramento (un numero minimo di voti sotto il quale la lista non ha diritto ad alcun seggio).

 

La prima ragione di chi si batte per una riforma elettorale in senso proporzionale è che questo modello è quello che più si avvicina all’ideale di una democrazia rappresentativa e dunque priva di distorsioni. Si tratta di una motivazione difficilmente contestabile, insita nella natura stessa di un sistema nato per fotografare il consenso dei cittadini e riportarlo quanto più possibile fedelmente nelle istituzioni. Non sempre il sistema proporzionale è in grado di offrire una maggioranza solida, ma – obiettano i suoi sostenitori – questo accade perché quella maggioranza non esiste all’interno del Paese e la governabilità potrà essere raggiunta solo grazie ad alleanze, compromesso di due minoranze. Non una finzione numerica figlia di una legge elettorale, dunque, ma un necessario compromesso politico.

 

Il secondo punto battuto da chi spinge per l’adozione di una legge elettorale proporzionale è altrettanto oggettivo e deriva dall’osservazione e dalla comparazione dei diversi sistemi elettorali in Europa. Nonostante l’assegnazione proporzionale dei seggi consegni raramente maggioranze stabili il giorno dopo le elezioni, questo modello stimola la responsabilizzazione dei partiti, che sono più propensi a formare coalizioni stabili sul lungo periodo. È ciò che avviene regolarmente in Germania, dove negli ultimi 20 anni si sono succeduti appena 6 governi, e in Svezia, che utilizzando un sistema di questo tipo ha sperimentato 7 governi dal 2001 a oggi. Se le procedure per la formazione dell’esecutivo dovessero andare a buon fine, quello di Mario Draghi sarà il dodicesimo mandato di un presidente del Consiglio italiano nell’ultimo ventennio.

 

L’ultimo argomento a favore del proporzionale riguarda l’azione politica degli esecutivi nati con questo sistema, che secondo i suoi sostenitori sarebbe più improntata all’equità sociale. Anche in questo caso, vale la pena citare la posizione di Carlo Trigilia, che nel già citato editoriale pubblicato su Domani spiega come i sistemi maggioritari facilitino la nascita di leadership e personalizzazioni politiche, ma anche la ricerca del consenso presso elettori di ceto medio – target elettorale più folto e dunque in grado di mobilitare più voti – «ostili alla tassazione e a forme di regolazione del mercato necessarie per ridurre le disuguaglianze».


Secondo il docente, insomma, i sistemi maggioritari tendono a ridurre il peso delle minoranze parlamentari e ciò innescherebbe un meccanismo che porta i partiti a prediligere il consenso facile e alla nascita di un grande centro, con i programmi dei partiti che a quel punto diventerebbero indistinguibili a tutto svantaggio delle fasce più deboli ed esposte della popolazione.

 

Perché adottare il maggioritario

Il sistema maggioritario è il modello elettorale che più limita la rappresentanza, in particolare quella delle minoranze politiche. Questo si basa sulla suddivisione del territorio nazionale in collegi – uninominali o plurinominali, in base a quante preferenze è possibile esprimere – ognuno dei quali eleggerà un solo seggio, corrispondente al nome più votato in quella porzione di territorio. A seconda dei casi, il maggioritario può essere secco o a doppio turno (in questa seconda circostanza i candidati che non hanno raggiunto la maggioranza assoluta dovranno affrontare un ballottaggio).

 

La parte di opinione pubblica favorevole al maggioritario ne fa innanzitutto una questione di governabilità: questo modello nasce infatti per incoraggiare mandati forti, in grado di sostenere maggioranze stabili. Come spiega il politologo ed editorialista del Corriere della Sera Angelo Panebianco, in regime di maggioritario la guida del governo spetta a chi ha ricevuto un mandato popolare – e non a coalizioni di governo nate dalla dialettica parlamentare – un particolare che investe gli esecutivi di maggiore agibilità. In questo senso, il sistema maggioritario è secondo i suoi sostenitori anche il più democratico, dal momento che è il più vicino alla volontà dei cittadini che hanno espresso il voto.

 

Attenzione, perché il mandato non riguarda solo il partito più votato ma anche il leader di quel partito, dal momento che i sistemi maggioritari stimolano una forte personalizzazione della contesa elettorale. Vale in questo caso l’esempio delle elezioni politiche del 2001, svolte con la legge elettorale nota come Mattarellum (75% dei seggi eletti con un sistema maggioritario a turno unico, il restante 25% con il proporzionale) e presentate, a livello politico e mediatico, come la contesa tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi (con tanto di “Berlusconi presidente” sul materiale elettorale) . In realtà, com’è noto, il presidente del Consiglio non viene eletto dai cittadini ma nominato dal Parlamento.

 

Come abbiamo visto, non sempre una maggioranza sorretta da un’unica lista elettorale è sinonimo di stabilità, anche perché il sistema maggioritario favorisce la polarizzazione dell’elettorato e porta i partiti più piccoli a stringere alleanze pre-elettorali con i partiti maggiori.

 

Il secondo argomento di chi sostiene una riforma elettorale maggioritaria fa riferimento alla filosofia di governo. Come spiega ancora Panebianco nel suo editoriale, i ministri di un governo eletto con il maggioritario rimangono in carica mediamente più a lungo (questo succede perché non devono scendere a compromessi con altre componenti della maggioranza e dunque non saranno costretti a rimpasti di governo e cambi di ministri) e ciò fa sì che possano dispiegare un programma politico di medio-lungo termine. 

 

In particolare, puntualizza Panebianco, i ministri di un governo eletto con il maggioritario saranno più propensi a «distribuire beni pubblici» (misure per la crescita economica, investimenti in infrastrutture o nell’istruzione, riforme volte a dare più efficienza all’amministrazione, al sistema giudiziario) e non «beni privati», (che il politologo identifica con sussidi e altre misure di carattere assistenzialistico), elargiti per favorire la rielezione.  

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In conclusione

La scelta tra un sistema proporzionale e un sistema maggioritario deve innanzitutto essere ritagliata sulle caratteristiche sociali e culturali del Paese che andrà alle urne e della fase storica in cui questo è inserito. Contrariamente a quanto accade in Gran Bretagna – patria del sistema maggioritario – l’Italia non ha una grande tradizione di alternanza politica e ogni tentativo di ridurre la contesa a due grandi poli (destra e sinistra) è terminato in un nulla di fatto.

 

Le elezioni italiane del 2018 – regolate da un sistema misto, per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritario – hanno sancito l’esistenza di tre aree politiche (centrodestra, centrosinistra e Movimento 5 Stelle), che al momento in cui scriviamo hanno partecipato alternativamente alla vita di due governi, guidati dallo stesso presidente del Consiglio ma di segno politico opposto. Due governi formati con successo, ma anche due governi caduti rovinosamente in meno di tre anni: in questo senso quella italiana è certamente un’anomalia, che ha dimostrato di essere impermeabile al variare delle leggi elettorali. Probabilmente una legge “su misura” dell’Italia non esiste e in quel caso la scelta si ridurrebbe al solito bivio tra governabilità e rappresentanza, consapevoli che né l’una né l’altra cosa dipendono esclusivamente dal sistema di voto.

 
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