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10/04/21

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Free rider

Come abbiamo visto nelle precedenti puntate di Prisma, la pandemia di Coronavirus ha fatto emergere nuove disuguaglianze, acuendo quelle già esistenti nelle nostre società. Una delle immagini più iconiche dell’anno ormai trascorso riporta alla mente le strade deserte durante il primo lockdown, solcate solo da coraggiosi ciclisti con un vistoso zaino sulle spalle. Abbiamo imparato a conoscere quelle persone come rider abbreviazione dall’inglese food delivery riders – o più semplicemente ciclo-fattorini, lavoratori considerati essenziali dallo Stato per far funzionare le consegne a domicilio. 

 

Lo scorso 26 marzo, in 25 città italiane è andato in scena il No Delivery Day – letteralmente “Giornata senza consegne” – lo sciopero con cui i rider hanno chiesto ai consumatori di non ordinare sulle app di Glovo, Deliveroo, Just Eat e UberEats in segno di solidarietà. L’oggetto del contendere è ancora una volta l’assenza di un contratto nazionale, che possa assicurare ai rider una paga oraria, ferie, malattia, maternità e il superamento del cottimo. 

 

La questione non è di facile risoluzione, dal momento che quella del rider è una professione relativamente nuova, evoluzione del classico fattorino, ma con la variabile delle piattaforme digitali a gestire il lavoro. I rider sono formalmente dei lavoratori autonomi, ma una recente sentenza (confermata dalla Corte di Cassazione) gli ha conferito tutte le tutele proprie del lavoro subordinato. Un bel grattacapo, che qualche giorno fa il governo spagnolo ha risolto firmando un accordo che renderà i rider dei dipendenti subordinati a tutti gli effetti, scontentando quella fetta dei lavoratori che avrebbe preferito mantenere la flessibilità del lavoro autonomo.


Le cose hanno iniziato a muoversi anche in Italia, dove lo scorso 29 marzo JustEat ha annunciato di voler contrattualizzare 4 mila ciclo-fattorini, che diventeranno così dei lavoratori dipendenti, assunti con il contratto nazionale della logistica, trasporto, merci e spedizioni. Il lavoro del rider sembra insomma giunto a un bivio e la scelta, che coinvolgerà lavoratori, parti sindacali, governo e associazioni di settore, è tra restare lavoratori autonomi o diventare dipendenti delle piattaforme di food delivery.

 Una scelta complessa e ricca di sfaccettature, che vi racconteremo nella quindicesima puntata di Prisma, la newsletter ideata da Torcha.

Benvenuti, dunque, e buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • La professione del rider si inserisce nella cosiddetta “gig economy”, la forma di lavoro organizzata tramite piattaforme digitali che ha permesso a molte persone di reinventarsi in tempo di crisi

  • I rider sono oggi dei lavoratori formalmente autonomi e chiedono maggiori tutele e una retribuzione adeguata. Una delle strade potrebbe essere quella di essere contrattualizzati dalle società di food delivery

  • A favore della scelta di trasformare i rider in dipendenti c’è la necessità di tutele come le ferie pagate, la malattia e la maternità/paternità

  • Inoltre, una sentenza della Cassazione ha deciso che ai rider dovranno essere riconosciute tutele e retribuzione tipiche del lavoro subordinato, una strada che stanno percorrendo anche diversi paesi europei

  • Chi spinge per considerare il rider come un lavoratore autonomo fa leva soprattutto sulla flessibilità, caratteristica propria del lavoro su piattaforme digitali che permette ai rider di scegliere quando, quanto e con che azienda lavorare

  • La terza via potrebbe essere la contrattazione collettiva, che consentirebbe di coniugare la flessibilità del platform work alla richiesta di maggiori tutele. Ipotesi di questo tipo sono già fallite in passato e alcune aziende del settore (JustEat, MyMenu) stanno già procedendo alle prime assunzioni

Tommaso Falchi (Riders Union Bologna):

«Chiediamo delle cose semplici, cioè di essere considerati e riconosciuti come lavoratori a tutti gli effetti e avere diritti e tutele piene. Non siamo schiavi, è giunto il momento di regolamentare questo settore del mondo del lavoro. Quello del food delivery è considerato un servizio essenziale, noi dei lavoratori indispensabili, ma continuiamo a farlo in condizioni di precarietà, di ricattabilità e di sfruttamento: come può un lavoratore indispensabile lavorare per tre euro a cottimo, senza neanche la malattia?»

Matteo Sarzana (Deliveroo):

«Non esiste un contratto che permetterebbe di dare ai rider la flessibilità che loro ci richiedono. Questa flessibilità riguarda tre punti chiave: il primo è che è il collaboratore che sceglie quando lavorare, nel momento in cui c’è disponibilità. La seconda è che chiunque collabori con Deliveroo può collaborare anche con altre piattaforme, anche competitor. La terza è che anche quando sta collaborando con Deliveroo, ha la facoltà di scegliere se accettare o no quell’ordine in qualunque fase dell’ordine, senza nessuna ripercussione»

 
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La nostra intervista

Per approfondire la questione dei rider e del loro inquadramento contrattuale abbiamo chiesto aiuto a Marcello Caponigri, giornalista freelance tra i primi a occuparsi della condizione dei lavoratori della gig economy.

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Caponigri, cosa chiedono i rider e perché sembra difficile giungere a un compromesso con le aziende?

Marcello Caponigri
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Rider assunti come dipendenti: perché sì

La prima buona ragione di chi spinge per rafforzare le tutele dei rider ha a che fare con la sostenibilità della professione. Secondo un dossier stilato nel 2018 dalle Acli – e basato sugli studi e le analisi della Fondazione Rodolfo Debenedetti – il lavoro del ciclo-fattorino produrrebbe un guadagno medio mensile pari a 839 euro, che varia sensibilmente in base alle ore di lavoro effettivamente svolte. Tale compenso viene infatti calcolato attraverso il cottimo, la forma di remunerazione commisurata alla quantità di lavoro, e non conosce alcuna soglia di retribuzione minima. 

 

Ciò vuol dire che i rider non possono ammalarsi, programmare ferie o prendere permessi di maternità. O meglio, possono, ma a patto di rinunciare al corrispettivo per la giornata di lavoro persa. Si calcola che i rider in Italia siano in tutto circa 60 mila, ma come spiegano gli stessi fattorini, la pandemia ha fatto registrare un aumento degli addetti e una riduzione dei ristoranti attivi. Ciò si traduce in un mercato delle consegne maggiormente competitivo, che potrebbe far crollare il già precario livello di retribuzione. 

 

Quello del rider è inoltre un lavoro ad alto rischio, anche e soprattutto per quanto riguarda il versante della sicurezza personale. È del 31 gennaio scorso la notizia dell’ennesima tragedia che ha colpito la categoria: si tratta di un uomo di 47 anni, padre di due bambine, investito da un’auto durante una consegna e deceduto sul colpo. Una triste dinamica che non è nuova alle cronache e che secondo gli ultimi dati raccolti dall’osservatorio “Incidenti Rider Food Delivery” avrebbe prodotto 25 incidenti nei primi 10 mesi del 2019, di cui 4 mortali e 6 con prognosi riservata.

 

La seconda ragione per trasformare i rider in dipendenti subordinati è prettamente giuridica e riprende diversi pronunciamenti dei tribunali. Nel gennaio 2020, la corte di ultima istanza ha deciso che ai fattorini in bicicletta dovranno essere riconosciute tutele e retribuzione tipiche del lavoro subordinato e ciò alla luce dell’articolo 2 del decreto legislativo 81/2015 – più comunemente noto come Jobs Act –  in base al quale i rapporti di collaborazione autonoma devono essere equiparati al lavoro subordinato, se questi presentano continuità della prestazione personale e organizzazione del committente di orari e luoghi di lavoro. Più recentemente, la procura di Milano ha concluso una maxi-indagine sulle posizioni contrattuali dei 60 mila fattorini sparsi sul territorio nazionale, indirizzando alle società di food delivery multe per un valore di 733 milioni di euro e specificando, nei verbali, che i rider «dovranno essere assunti dalle aziende come lavoratori coordinati e continuativi»

 

Le aziende di food delivery dovranno dunque necessariamente attrezzarsi per garantire ai rider determinati diritti previsti dalla legge. Un tentativo in questo senso è stato fatto a settembre 2020, con un accordo sindacale siglato da Ugl e AssoDelivery (l’associazione di settore che tiene insieme Deliveroo, Glovo, Uber Eats e Social Food) che prevedeva un salario minimo di 10 euro – non garantito, ma comunque legato ai tempi di consegna stimati dalle piattaforme – indennità per il lavoro notturno, le festività e il maltempo. L’accordo è stato bocciato dalla maggior parte dei sindacati di categoria e infine anche dal ministero del Lavoro, che in una circolare ha motivato la scelta con il persistere del cosiddetto “cottimo integrale”, ovvero il riferimento retributivo alle consegne effettuate.

 

L’ultimo punto battuto da chi vorrebbe i rider assunti come lavoratori subordinati è anche il più banale e fa riferimento a un trend ormai piuttosto diffuso in Europa. Come anticipato, a marzo 2021 il governo spagnolo ha firmato un accordo con i sindacati che vedrà i rider che lavorano per piattaforme come Deliveroo o UberEats legalmente riconosciuti come personale salariato. Una rivoluzione molto simile potrebbe investire a breve anche i loro colleghi britannici, dopo che una sentenza della Corte Suprema ha stabilito che gli autisti di Uber – che come i rider lavorano attraverso una piattaforma digitale–  dovranno essere trattati come lavoratori dipendenti e non come autonomi.

 

Pronunciamenti in tal senso sono arrivati anche dal Belgio, dove nel 2018 la Commissione administrative de règlement de la relation de travail ha stabilito che il rapporto tra un fattorino e Deliveroo non possa essere definito come “lavoro autonomo” e dalla Germania, dove i rider godono delle stesse tutele dei lavoratori subordinati grazie ai mini-job. I tentativi di regolamentare il capitalismo digitale, insomma, non mancano e l’approccio maggioritario sembra essere quello di garantire più diritti e una migliore retribuzione ai ciclisti del food delivery che solcano le nostre strade.

 

Rider assunti come dipendenti: perché no

Non mancano, naturalmente, anche le ragioni di chi vorrebbe che i rider continuassero a essere considerati alla stregua di lavoratori autonomi. Il primo argomento, in tal senso, è quello che prende in esame il particolare regime di flessibilità assegnato ai fattorini in bicicletta, che sono oggi liberi di scegliere quando e quanto lavorare.

 

La cosiddetta gig economy – ovvero la forma di lavoro organizzata tramite piattaforme digitali – permette in questo senso «la libertà di presentarsi al lavoro giorno per giorno e quella di rispondere o no alle chiamate» ha spiegato il giurista Pietro Ichino al Foglio, mentre l’eventuale decisione di contrattualizzare i rider come dipendenti prevederebbe «l’obbligo di presentarsi al lavoro ogni giorno e di rispondere alle chiamate durante l’orario pattuito». Ma non solo, perché l’attuale assetto consente al lavoratore di collaborare con una molteplicità di piattaforme, mentre la contrattualizzazione imporrebbe l’obbligo dell’esclusività. 

 

Proprio questo particolare carattere di flessibilità offerto dal platform work sarebbe alla base del malcontento di alcune sigle sindacali spagnole, che dopo la firma dell’accordo con il governo hanno organizzato diverse manifestazioni in tutto il Paese. Secondo quanto riferisce Aar, una delle più grandi associazioni spagnole di lavoratori delle consegne, almeno l'80% dei 30 mila rider spagnoli desidera restare un lavoratore autonomo, così da poter lavorare con più piattaforme contemporaneamente.

 

Di conseguenza, il secondo argomento di chi spinge per il lavoro autonomo è l’esistenza di una terza via, che possa coniugare la flessibilità della gig economy con le tutele di un impiego salariato. «L’evoluzione tecnologica toglie significato pratico alla summa divisio novecentesca tra subordinazione e autonomia» spiega ancora Pietro Ichino sul Foglio, «Proprio il caso dei platform workers, come quello dello smart work, mostra l’esistenza di una zona intermedia sempre più ampia, nella quale la struttura della prestazione è pressoché identica indipendentemente dalla qualificazione del rapporto».

 

L’innovazione introdotta dalle piattaforme digitali avrebbe insomma modificato il mercato del lavoro a tal punto da rendere obsolete le distinzioni tradizionali e di conseguenza gran parte delle normative che regolamentano i contratti. La strada maestra sarebbe in questo caso quella della contrattazione collettiva, per creare un modello in grado di adattarsi al nuovo business, ma alcune recenti decisioni sembrano remare in senso opposto.

 

In Italia, qualcosa si è mosso grazie alla decisione della società di food delivery Just Eat, che ha raggiunto con Cgil, Cisl e Uil un accordo per il primo contratto collettivo aziendale per inquadrare i rider con il contratto nazionale della logistica. L’azienda anglo-olandese assumerà 4 mila fattorini in tutta Italia, con un contratto che prevede l’applicazione di festività, lavoro straordinario, ferie, malattia, maternità/paternità e un compenso minimo orario di 8,50 euro, al quale andranno ad aggiungersi 0,25 centesimi a consegna. 


La decisione di JustEat ha aperto la strada per altre contrattualizzazioni di questo tipo e l’esempio è stato già seguito da MyMenu, che a marzo 2021 ha annunciato le assunzioni su un primo gruppo di rider come lavoratori subordinati. È ancora presto per valutare le conseguenze della scelta, partita al momento in via del tutto sperimentale – JustEat assumerà circa il 30% dei rider, quelli delle città principali, mentre MyMenu è una realtà più piccola – e resta da verificare se questo modello di business sarà sostenibile per le principali aziende del settore.

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In conclusione

La figura del rider è una professione tradizionale, radicalmente trasformata dall’avvento delle piattaforme digitali. Quella che era partita come “economia del lavoretto” (gig economy) è oggi diventata la principale fonte di reddito per migliaia di persone, costrette a reinventarsi nel bel mezzo di una crisi economica e sanitaria. 

 

A questo punto le strade a disposizione sono essenzialmente due: i rider possono continuare ad essere dei lavoratori autonomi, ma con maggiori tutele, oppure possono diventare lavoratori subordinati, assunti dalle società di food delivery. A favore della prima opzione c’è la flessibilità, caratteristica insita nel modello di business, che permette ai ciclo-fattorini di scegliere quando, quanto e con che aziende lavorare. D’altra parte, il lavoro subordinato assicurerebbe ai rider maggiori tutele – ferie pagate, malattia, maternità/paternità – e una retribuzione sostenibile. 

 

Esiste infine una terza via, che permetterebbe di coniugare la flessibilità del platform work alla richiesta di maggiori tutele. È la contrattazione collettiva, un esercizio nient’affatto semplice (come dimostra il fallimento dell’accordo tra Ugl e AssoDelivery) ma potenzialmente in grado di trovare il punto di equilibrio tra le richieste dei rider e le esigenze delle aziende.

 
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