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23/01/21

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Possiamo chiudere le relazioni con l’Egitto?

Il 26 gennaio 2016 moriva Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell’università di Cambridge ucciso al Cairo, in Egitto, dove si trovava per completare una tesi di dottorato sui sindacati indipendenti egiziani. Da quel giorno sono passati cinque anni, oltre 1.800 giorni alla ricerca di una verità che, almeno dal punto di vista giudiziario, appare oggi più lontana che mai. 

 

Il 10 dicembre 2020 la Procura di Roma, guidata dal procuratore Michele Prestipino, ha chiuso ufficialmente le indagini sulla morte di Regeni, rinviando a processo quattro esponenti dei servizi segreti civili egiziani, accusati a vario titolo di aver rapito, torturato e infine ucciso il giovane friulano. Conclusioni che puntano il dito contro i servizi di sicurezza del Paese nordafricano e che delineano precise responsabilità anche per il governo di Abd al-Fattah al-Sisi, autore di numerosi depistaggi che hanno rallentato il lavoro degli inquirenti. Probabilmente anche per questo motivo i procuratori egiziani hanno bocciato le conclusioni degli omologhi italiani, definendole «errate».

 

Accanto al caso Regeni, da febbraio 2020 è in corso un braccio di ferro tra Unione Europea ed Egitto per le sorti di Patrick Zaki, lo studente dell’università di Bologna arrestato all’aeroporto del Cairo a causa del suo attivismo per i diritti civili e che da ormai 11 mesi è detenuto senza un regolare processo. Sono solo due dei molteplici fronti che vedono l’Italia opposta all’Egitto, Paese governato da un regime noto per le ripetute violazioni dei diritti umani, eppure ancora oggi nostro partner commerciale privilegiato.


Nel solo 2019 l’export militare italiano nella terra di al-Sisi valeva circa 872 milioni di euro (in particolar modo grazie ad una commessa di 32 elicotteri venduti da Leonardo SPA), un totale al quale si aggiungerà presto l’accordo da 9 miliardi di dollari che porterà in Egitto 6 fregate, 20 imbarcazioni per operazioni di pattugliamento, 24 jet Eurofighter Tycoon, 24 addestratori di jet M-346, elicotteri AW149 e un satellite militare. Si tratterà di uno dei più grandi giri d’affari nella storia dell’export bellico italiano.

Come avrete capito, ci sarebbero dei motivi molto validi per interrompere le relazioni (diplomatiche e commerciali) con l’Egitto, eppure queste sembrano essersi addirittura intensificate. Ma possiamo davvero “rompere” con il regime di al-Sisi? Questa è Prisma, la newsletter di Torcha nata con la missione di mettere a confronto due visioni del mondo, e oggi cercheremo di fare chiarezza sull’argomento.

Mettetevi comodi e buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • Interrompere le relazioni con l’Egitto metterebbe pressione al regime di al-Sisi e favorirebbe una collaborazione sul caso giudiziario di Giulio Regeni e sulla detenzione di Patrick Zaki

  • Le relazioni economiche tra Italia ed Egitto, soprattutto quelle riguardanti l’export di armi, non sono solo eticamente discutibili, ma espressamente vietate da una legge italiana e contraria ai nostri interessi geopolitici

  • Di contro, interrompere le relazioni con l’Egitto potrebbe destabilizzare l’area medio-orientale e far aumentare il flusso di migranti

  • L’Egitto è per l’Italia un’area strategica anche dal punto di vista commerciale: abbandonarla avrebbe un costo economico e geopolitico non trascurabile

Paola Regeni (madre di Giulio, ricercatore italiano ucciso in Egitto): «Chiediamo il richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo, il dottor Giampaolo Contini. Il richiamo non è il ritiro, non si chiudono i battenti di un’ambasciata. Tutti i funzionari rimangono e non ci sono problemi per gli italiani all’estero. Lo chiediamo come atto forte, è importante che l’Italia dia l’esempio. Chiediamo fermezza verso chi non rispetta i diritti umani: con questi governi non si tratta».

Angelino Alfano (ex ministro degli Esteri):

«Le relazioni tra Italia ed Egitto sono alimentate da vicinanza geografica e da una storia millenaria. Questioni come la lotta al terrorismo, la gestione coordinata e ragionata dei flussi migratori, la risposta alle crisi regionali toccano direttamente il nostro Paese. Su questi temi l’Egitto è un partner ineludibile dell’Italia, esattamente quanto l’Italia è un partner imprescindibile per l’Egitto, la cui sicurezza e stabilità economico-sociale sono per noi fondamentali. Dobbiamo prendere atto che è oggettivamente impossibile per Paesi dirimpettai nel Mediterraneo con tante sfide in comune non avere un’interlocuzione politico-diplomatica di alto livello».

 
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Le nostre interviste

Per entrare nel vivo della questione abbiamo deciso di chiedere aiuto a Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia e Alberto de Sanctis, membro del consiglio editoriale della rivista di geopolitica Limes. 

Signor Noury, come dovrebbe comportarsi l’Italia nei confronti dell’Egitto, per far valere le sue ragioni nei casi Regeni e Zaki?

Riccardo Noury
00:00 / 02:36

De Sanctis, perché non sarebbe opportuno interrompere le relazioni diplomatiche con l’Egitto?

Alberto de Sanctis
00:00 / 05:10
 
 

Interrompere le relazioni con l’Egitto: perché sì

Chi sostiene la scelta di interrompere le relazioni diplomatiche tra Italia ed Egitto lo fa innanzitutto nel tentativo di ottenere una “leva” da utilizzare sui tavoli in cui si discuterà dei casi Regeni e Patrick Zaki. Questa è soprattutto la posizione dei genitori di Giulio Regeni, che da anni chiedono il richiamo dell’ambasciatore italiano in Egitto (in questo momento Giampaolo Cantini) per lanciare un segnale al regime di al-Sisi.

 

Il richiamo di un ambasciatore è un gesto diplomatico dal forte valore politico, che di solito anticipa una possibile rottura delle relazioni diplomatiche tra due paesi. Al contrario di quanto accade con il ritiro, il suo “semplice” richiamo permetterebbe all’ambasciata e ai consolati di restare aperti – così da assistere i cittadini italiani in Egitto – ma lascerebbe l’Italia senza una rappresentanza formale nel paese africano. Non è una semplice ipotesi di scuola, come dimostra il richiamo dell’ambasciatore francese a Roma avvenuto nel febbraio 2019, dopo numerose tensioni tra il primo governo Conte e l’esecutivo di Macron.

 

L’esito di una simile mossa è al momento imprevedibile, ma non si tratta di una decisione senza precedenti: nell’aprile del 2016, infatti, l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi decise di richiamare il rappresentante dell’Italia al Cairo Maurizio Massari, una decisione seguita alla scarsa collaborazione del regime egiziano proprio sul caso Regeni. In quell’occasione il richiamo durò un anno e quattro mesi e non sortì particolari effetti, ma oggi contribuirebbe quantomeno a riportare al centro della scena mediatica il caso Regeni e la richiesta di scarcerazione per Patrick Zaki.

 

Quello dell’interruzione delle relazioni tra due paesi è un tema molto complesso e delicato, che al suo interno contiene numerose gradazioni di intensità. A partire dal mese di dicembre 2020, ad esempio, per decisione del presidente Roberto Fico, la Camera dei Deputati italiana ha sospeso ogni rapporto con il parlamento egiziano.

 

Una delle misure più drastiche a disposizione è certamente quella che interromperebbe le relazioni commerciali tra Italia ed Egitto, una decisione netta che oggi viene evocata da più parti. Come anticipato, l’Egitto è il primo partner dell’Italia per quanto riguarda l’export bellico, mentre lo scambio commerciale tra i due Paesi vale oggi oltre 4 miliardi di euro e coinvolge 1.200 aziende (tra cui ENI e FCA). 

 

I sostenitori di questa misura sottolineano la problematicità di intrattenere scambi commerciali con un Paese accusato di violare sistematicamente i diritti umani, ma non si tratta di una questione puramente etica: la vendita di armi all’Egitto è infatti in contrasto con la legge n. 185 del 1990, che impedisce all’Italia di esportare armamenti «verso i Paesi in stato di conflitto armato» o «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa». Nel 2018 e nel 2019 il Parlamento Europeo ha approvato due risoluzioni che accusano l’Egitto di gravissime violazioni dei diritti umani, tra cui quella perpetrata ai danni di Giulio Regeni.

 

In più, l’Egitto è attualmente impegnato in conflitti armati e questo ci porta dritti al terzo e ultimo punto. A partire dal 2015 l’Egitto è parte di una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e impegnata nella lotta contro i ribelli sciiti Houthi, in Yemen. Si tratta di una guerra a tutti gli effetti, che ha prodotto oltre 100 mila morti in quattro anni, alla quale il Governo di al-Sisi ha partecipato con 4 navi, una fregata e 40 mila soldati. 

 

Oltre che in Yemen, però, l’Egitto influisce attivamente anche nello scenario libico, dove il regime ha recentemente schierato delle truppe a sostegno di Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che controlla il sud e l’est della Libia. Haftar è però anche e soprattutto il diretto concorrente di Fayez al-Serraj – il cui Governo è appoggiato proprio dall’Italia e dall’ONU – nonché il principale ostacolo alla pacificazione dell’area. Vendendo materiale militare all’Egitto, è insomma l’obiezione di chi chiede lo stop alle relazioni commerciali, l’Italia sta armando un suo diretto concorrente in quello che ancora oggi è un delicatissimo contesto bellico.

Interrompere le relazioni con l’Egitto: perché no

Interrompere le relazioni con l’Egitto: perché no

I sostenitori della linea morbida nei confronti dell’Egitto partono di solito da un dato difficilmente contestabile: il Paese gioca un ruolo cruciale nella stabilità di un’area in cui gli equilibri di potere sono molto complessi e frammentati. Per via della sua storia e della sua posizione geografica, infatti, da oltre 40 anni l’Egitto (che confina con la Striscia di Gaza) intrattiene un rapporto di “buon vicinato” con Israele, fungendo da mediatore tra questi e i rappresentanti dei Territori Palestinesi. 

 

Le relazioni tra Israele ed Egitto si sono ulteriormente cementate in seguito all’ascesa al potere di al-Sisi, che dopo aver deposto l’ex presidente Morsi ha dato il via a una guerra senza quartiere contro i Fratelli Musulmani (organizzazione a cui Morsi apparteneva e che ha di fatto dato vita ad Hamas, l’organizzazione paramilitare che attualmente controlla la Striscia di Gaza). Minare l’autorità di al-Sisi, attraverso sanzioni economiche e diplomatiche, rischierebbe di aprire una crisi nell’area dagli effetti impossibili da determinare.

 

Un ragionamento simile vale anche per quanto riguarda la lotta al terrorismo, dal momento che l’atteggiamento intransigente di al-Sisi contro il terrorismo islamista ha reso l’Egitto uno dei protagonisti della campagna contro l’autoproclamato Stato Islamico. Il rischio è ancora una volta quello di destabilizzare la regione.

 

Un altro punto battuto dai sostenitori della continuità diplomatica con l’Egitto riguarda la gestione dei flussi migratori dall’Africa. Nel settembre del 2017, l’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti aveva infatti stipulato una «intesa tecnica» con l’Accademia di Polizia e il Ministero dell’Interno egiziani per «combattere il traffico degli esseri umani e la criminalità organizzata». Non solo, dunque, Italia ed Egitto collaborano attivamente per contrastare il flusso di migranti, ma il nostro Paese spende dei soldi per far sì che ciò avvenga. Di contro, il protagonismo di al-Sisi nello scenario libico rende difficile una soluzione alla crisi nel Paese che fu di Gheddafi e ciò indirettamente aumenta le partenze dalla Libia verso l’Italia.

 

Le preoccupazioni dell’Italia sul tema hanno però anche carattere strategico: nel solo anno 2020 i migranti arrivati in Italia dall’Egitto sono stati oltre 1.200 (sesto Paese per numero di arrivi), un dato che con molta probabilità salirebbe senza il controllo sul territorio attuato da al-Sisi. Anche per questo motivo l’Italia considera l’Egitto un «partner ineludibile», come dichiarato nel 2017 dall’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano.

 

L’ultima freccia all’arco di chi vuole evitare l’interruzione delle relazioni con l’Egitto è quella economica. Come anticipato, lo scambio commerciale tra i due Paesi è molto florido, complice la vicinanza geografica, e l’Italia nutre degli interessi strategici nei confronti del suo dirimpettaio. Primo tra tutti quello rappresentato dall’ENI, che grazie a ben 16 concessioni nel Paese – tra cui quella di Zohr, il più grande del Mediterraneo – estrae ogni anno 27 milioni di barili di petrolio e 15,6 miliardi di metri cubi di gas. 

 

L’ENI è oggi per il 30% in mani pubbliche e un’interruzione delle relazioni con l’Egitto metterebbe a rischio non solo gli investimenti statali nell’azienda, ma anche la supremazia italiana nell’area: il pericolo, come sta già accadendo in Libia, è di essere soppiantati dalle compagnie petrolifere francesi. Anche perché, come dimostra la Legion d’Onore concessa da Macron ad al-Sisi, i rapporti tra Francia ed Egitto non sono mai stati così forti. 

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In conclusione

Come spesso accade, il tema dell’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Italia ed Egitto mette di fronte il rispetto dei diritti umani e la realpolitik. Esistono dei chiari motivi (anche suffragati dalla legge) per chiudere con il nostro partner nordafricano, ma è una decisione che avrebbe numerosi costi e molteplici conseguenze. 

 

Le armi diplomatiche a disposizione del nostro Paese non sono tuttavia poche e di certo non sono tutte radicali. Il richiamo dell’ambasciatore italiano in Egitto è una di queste ed è quella richiesta a gran voce dalla famiglia di Giulio Regeni, che da ormai cinque anni aspetta giustizia. Un tentativo in tal senso è già stato fatto nel 2016, seppur con scarsi risultati, ma i suoi effetti sarebbero oggi imprevedibili.

 
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Prisma torna la prossima settimana, vi aspettiamo!