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06/02/21

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Parliamo di “quote”

Uno degli argomenti ciclici del nostro dibattito pubblico è quello che riguarda le cosiddette “quote rosa” (più correttamente “quote di genere”), il sistema teso a garantire una presenza equilibrata di uomini e di donne nelle sedi decisionali. Si tratta di uno strumento utilizzato per combattere la discriminazione di genere e punta a modificare – temporaneamente per via normativa, sul lungo periodo con l’educazione – una cultura che ancora oggi privilegia la scelta di uomini nei ruoli di responsabilità. 

 

Parliamo insomma di una “azione positiva” (dall’inglese affirmative action) ovvero di un provvedimento che prevede vantaggi per una minoranza o per una categoria debole, così da compensare gli effetti di una discriminazione reale. Decisioni politiche di questo tipo non riguardano solo le donne, ma anche gruppi sociali o etnici, ai quali talvolta vengono riservati alcuni posti nelle procedure di selezione per l’università.


A tal proposito, di recente ha fatto molto discutere la decisione dell’Academy di inserire il criterio dell’inclusività tra quelli validi per selezionare un film candidato agli Oscar. Secondo le nuove regole, a partire dal 2024 per puntare all’ambita statuetta un film dovrà soddisfare almeno due delle quattro categorie riguardanti diversità di genere, di orientamento sessuale, appartenenza a minoranze e disabilità (non necessariamente tra gli attori, ma anche nella trama, nei personaggi o nelle persone che hanno lavorato alla produzione del film).

Come spesso accade con i temi complessi, esistono diverse buone argomentazioni a favore delle quote, ma anche altrettante che ne mettono in discussione la reale utilità. Siamo insomma di fronte all’ennesimo argomento divisivo e come sempre Prisma è qui per districare la matassa, offrendovi tutte le sfumature di un dibattito molto delicato ma estremamente interessante e importante.

Benvenuti a bordo e buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • Il sistema delle quote serve a combattere la discriminazione sistemica con altra discriminazione, ma positiva. Il cosiddetto “gender gap” è un dato sistemico e talmente assimilato nella nostra cultura, da rendere necessaria una forzatura nella direzione opposta

  • Da quando sono stati introdotti provvedimenti in tal senso, la situazione è migliorata. Grazie al sistema delle quote ci sono più donne in politica e nei Cda delle aziende

  • L’intervento normativo non può in alcun modo sostituire la sensibilizzazione culturale, l’unico modo per ridurre le discriminazioni sul lungo periodo

  • Secondo i critici, le quote influirebbero negativamente sul merito: in alcuni casi non sarà la persona più preparata o quella più adatta ad accedere ad una carica, ma semplicemente quella storicamente più discriminata

  • Parlare di quote contribuisce ad accentuare le differenze (di genere, etniche, di orientamento sessuale) anziché puntare ad eliminarle

Lella Costa (attrice): «Come tante donne credo che le quote rosa non siano la nostra prima scelta, ci piacerebbe non ce ne fosse bisogno. Però ci siamo rese conto che senza quote rosa le donne spariscono dalle liste e quindi purtroppo dobbiamo ancora esigere che ci sia questa suddivisione delle cariche. Va fortemente sostenuta la parità di opportunità, imposta se non si riesce ad arrivarci per altre strade».

Irene Facheris (Attivista femminista intersezionale): «Le quote rosa portano un problema molto forte e cioè vanno ad eliminare completamente il criterio meritocratico. L’idea non è totalmente sbagliata, ma manca un pezzo: le quote rosa arginano gli effetti della discriminazione, ma non agiscono sulla causa. Magari io, Luigi, sono più competente della mia collega Maria, ma abbiamo le quote rosa e il lavoro che avrei potuto fare perché sono bravo lo danno a lei per una questione di cromosomi. A casa mia questa è un’ingiustizia».

 
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Le nostre interviste

Per approfondire l’argomento delle quote, abbiamo contattato due giornaliste che si sono in passato occupate del tema, Irene Moretti (LaPresse, La Falla del Cassero) e Albachiara Re (ExperienceIs/Vanity Fair).

Re, esistono alternative a provvedimenti di questo tipo?

Albachiara Re
00:00 / 03:41

Moretti, per quale motivo nasce l’esigenza di istituire le cosiddette “quote”?

Irene Moretti
00:00 / 02:03
 

Quote di genere: perché sì

L’esigenza di un sistema in grado di riequilibrare la rappresentanza di genere è stata avvertita per la prima volta tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando le donne elette nei parlamenti nazionali di tutto il mondo erano appena il 10,9%. Da quel momento sono passati oltre quarant’anni e la situazione è un po’ migliorata, ma in Europa la percentuale di onorevoli donne continua ad essere del 28%. 

 

Lo scenario non migliora uscendo dall’arena politica, visto che secondo un’elaborazione di Sky Tg24 le donne a capo di un’azienda quotata in borsa in Italia sono in tutto 7 – tante quanti gli amministratori delegati di nome Carlo – e le donne manager nel settore creditizio sono oggi il 4,2% del totale. Il divario di genere è insomma una realtà incontestabile e i dati diffusi dall’Unione Europea indicano che, anche a parità di mansioni, le donne guadagnano in media il 14,1% in meno all'ora rispetto ai loro colleghi uomini.

 

È il cosiddetto “soffitto di vetro” (dall’inglese “glass ceiling”) una metafora che rende visivamente l’idea della barriera invisibile posta sul capo delle donne che ambiscono a posizioni di vertice. Le quote di genere nascono proprio per sfondare quel tetto e, secondo i fautori di questa misura, la discriminazione delle donne è un dato talmente sistemico e assimilato nella nostra cultura, da rendere necessaria una forzatura nella direzione opposta.

 

Chi sostiene l’utilità di simili misure, lo fa poi anche per una questione meramente numerica. Le donne in Italia sono oggi 1,6 milioni più degli uomini e ciò vuol dire che, in condizioni ideali, a livello statistico esisterebbero probabilità molto simili di trovare una donna o un uomo preparati per ricoprire lo stesso ruolo di vertice. Tali aspettative, come abbiamo visto, sono invece completamente disattese dai dati empirici e ciò evidenzia l’esistenza di un “collo di bottiglia” che blocca l’ascesa delle donne: si tratta ancora una volta di una zavorra culturale e l’unico modo per abbatterla nel medio periodo è l’imposizione di quote per via normativa.

 

L’ultimo argomento utilizzato dai sostenitori delle quote è forse anche quello più efficace: lo strumento, banalmente, funziona. La prima legge italiana per riequilibrare la rappresentanza di genere in politica risale al 2017 e prevede che nella stesura delle liste elettorali venga rispettata l’alternanza uomo-donna e il limite massimo del 60% per un genere. Come risultato, il parlamento eletto nel 2018 in seguito a quella legge (ovvero quello attualmente in carica) era composto da 334 donne, il numero più alto mai registrato in Italia, con 35 onorevoli donne in più rispetto alla legislatura precedente.

 

Un discorso molto simile vale anche per la legge Golfo-Mosca, un provvedimento approvato a fine 2011 che impone alle aziende quotate in borsa di riservare almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione alle donne. Come risultato della piena attuazione di quella legge, la presenza di donne nei board è passata dal 5,7% del 2011 al 35,5% del 2019 (e quindi sopra il 33,3% minimo richiesto dalla legge). 


Questi risultati sono certamente il segnale che l’imposizione di quote aiuta la causa di chi è stato a lungo discriminato, ma anche nelle intenzioni dei più accaniti sostenitori non può che essere un placebo momentaneo. La vera battaglia di lungo periodo è quella culturale e, sebbene la via normativa sia efficace, non esiste un’alternativa concreta ad un’educazione all’inclusività.

 

Quote di genere: perché no

La prima obiezione di chi si oppone al sistema delle quote ha a che fare con la meritocrazia. Imporre un’azione positiva vuol dire infatti ammettere che, in alcuni casi, non sarà la persona più preparata o quella più adatta ad accedere ad una carica, ma semplicemente quella storicamente più discriminata. Se un uomo merita una posizione più di una donna, è la critica mossa, questi potrebbe essere ostacolato dal suo genere di nascita. E ciò avviene per riequilibrare una sottorappresentazione iniqua, certo, ma si può davvero combattere l’ingiustizia con altra ingiustizia?

 

Il secondo argomento di chi contesta le affirmative actions è più sottile ed è spesso mosso dalle stesse minoranze. Come si quantificano le quote da assegnare? Una ragazza bianca è più o meno discriminata di un ragazzo nero? Può sembrare una mera questione filosofica, ma è una riflessione che ha implicazioni molto reali: come ha spiegato Federico Rampini in un recente articolo pubblicato su Repubblica, gli studenti cinesi della University of California si sono sentiti discriminati da un provvedimento dell’università che istituiva delle quote riservate alle minoranze. 

 

Ciò accade perché gli studenti asiatici sono di solito sovra-rappresentati nelle ammissioni universitarie (per via delle loro performance scolastiche elevate rappresentano il 36% delle matricole ammesse al primo anno dei corsi universitari californiani) e l’introduzione di quote per le minoranze andrebbe paradossalmente a danneggiare una delle minoranze oggetto del provvedimento, con gli studenti asiatici che vedrebbero ridursi i posti a loro assegnati.

 

C’è però anche chi pensa che l’introduzione delle quote finisca per ottenere il risultato opposto rispetto a quello sperato. Una delle critiche mosse più di sovente a questo genere di provvedimenti è infatti quella secondo cui porre l’accento sul genere, sull’etnia o sul gruppo sociale di una persona, contribuisca a mantenere in vita le discriminazioni basate su tali aspetti. Ciò avviene perché l’azione positiva sottolinea fortemente categorie (uomo/donna, transgender/cisgender, omosessuale/eterosessuale) che nell’ottica di un reale progresso culturale verso l’inclusività dovrebbero invece essere superate. 


Questa è la critica più “politica” al sistema delle quote ed è stata mossa da numerosi esponenti anche in Italia. Nel 2018 Giorgia Meloni, ospite della trasmissione televisiva “L’aria che tira”, dichiarò ad esempio che «se potessimo competere ad armi pari, sarebbero gli uomini a dover chiedere le quote», mentre il sindaco di Roma Virginia Raggi qualche anno prima aveva sostenuto che le quote di genere fossero «un recinto in cui si circoscrive la presenza femminile». In quest’ottica, il sistema delle quote diventa l’ennesimo strumento di discriminazione, immaginato da una classe politica composta perlopiù da uomini.

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In conclusione

Si può utilizzare una discriminazione per combattere altra discriminazione? Questa è una domanda che non ha soluzioni facili, ma solo parziali tentativi di fornire una risposta. Secondo alcuni il sistema delle quote è indispensabile, poiché non esiste altro modo per riequilibrare nel breve termine una società iniqua, che mette ai margini donne e minoranze. Secondo altri, simili provvedimenti, applicati da una classe politica composta soprattutto da uomini, finirebbero per accentuare tali differenze o addirittura per crearne delle altre.

 

Ciò che è certo è che il sistema delle quote nasce per rispondere ad un problema fin troppo reale, figlio di una dinamica che ancora oggi in Italia tiene lontane le donne dalle posizioni di vertice e le sottopone a discriminazioni lavorative sistemiche. Per rompere quel “soffitto di vetro” servono azioni radicali, ma non si può rinunciare all’educazione: i provvedimenti legislativi influiranno sicuramente nel breve termine, ma la battaglia per l’inclusività è innanzitutto una questione culturale.

 
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