30/01/21

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Le piattaforme

e noi

La lunga coda polemica seguita alle elezioni americane del 3 novembre ci ha ricordato una volta ancora come le piattaforme digitali siano un pezzo essenziale del mondo in cui viviamo e quanta parte delle nostre vite dipenda ormai da loro. Di pari passo con questa constatazione, una fetta crescente di opinione pubblica ha iniziato a manifestare l’esigenza di regolamentare quelle piattaforme, nel tentativo di limitarne il margine di discrezionalità. 

 

Stiamo parlando di social network, siti di video streaming, motori di ricerca e app di messaggistica, tutti spazi nei quali si consuma ogni giorno il nostro dibattito pubblico. Per far fronte a questa loro  centralità, la Commissione Europea ha recentemente varato un pacchetto di riforme, il Digital Service Act, che punta a tracciare confini precisi per piattaforme e utenti su tutto ciò che riguarda la moderazione dei contenuti illeciti, la libertà d’espressione online e le responsabilità legali delle aziende. 

 

Le nuove norme comunitarie dovranno ora superare l’esame del Parlamento Europeo e dei singoli Stati Membri, un iter nel quale si giocherà una partita più grande e cruciale per il futuro, nostro e delle piattaforme digitali. In ballo c’è la quantità di potere che siamo disposti ad affidare ai social network e, più nello specifico, il ruolo che questi dovrebbero giocare nelle nostre società: vogliamo che le piattaforme tendano quanto più possibile alla neutralità – e che siano dunque dei semplici strumenti attraverso i quali fluiscono i contenuti – o, viceversa, che agiscano in modo tale da rimuovere attivamente opinioni ed espressioni “problematiche”?

 

Come sempre, Prisma è qui per guidarvi in questo dibattito complesso e ricco di sfumature.

 

Quindi mettetevi comodi e allacciate le cinture, perché questo viaggio ci porterà dritti al cuore di internet.

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Nel caso fossi di fretta

  • Esistono diversi approcci alla regolamentazione delle piattaforme digitali, che puntano essenzialmente in due direzioni: possono essere mezzi di comunicazione o aziende editoriali

  • Le piattaforme come mezzi di comunicazione:  i social network non dovrebbero attuare un filtro dei contenuti perché  queste decisioni sono affidate agli algoritmi, strumenti automatizzati e fallibili. Le piattaforme non possono diventare decisori, perché ciò condizionerebbe il nostro dibattito pubblico, affidando ad aziende private un potere enorme sulla nostra libertà di espressione

 

  • Piattaforme come editori: i social media hanno assunto una centralità evidente nel nostro mondo, tanto da condizionare i processi decisionali. Qualcuno deve moderare i contenuti nocivi per il dibattito pubblico. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Se affidiamo alle piattaforme il potere di valutare i contenuti, allora dovremmo  regolamentarle.

Michele Mezza (giornalista e saggista):

«A parte il caso Trump e pochi altri, le piattaforme procedono solo con gli algoritmi. L’esercizio del potere di interdizione delle opinioni viene gestito da sistemi automatici. Il tema che si pone riguarda la trasparenza e la condivisibilità di questi sistemi sanzionatori: può un meccanismo automatico che non è condiviso e non è trasparente esercitare un tale potere?».

Arianna Ciccone (Fondatrice dell'International Journalism Festival e del blog collettivo Valigia Blu, esperta di temi digitali):

«La censura non c’entra. I social network hanno sospeso Trump e hanno fatto benissimo, perché hanno finalmente applicato i loro termini di servizio, le loro regole, a uno degli uomini più potenti della Terra. Le piattaforme hanno fatto solo quello che avrebbero dovuto fare».

 
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La nostra intervista

Per comprendere meglio il dilemma posto dalle piattaforme e dalla loro eventuale regolamentazione, abbiamo contattato il professor Vincenzo Tiani, professore a contratto di Digital Rights alla IULM.

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Professore, perché è così difficile immaginare una soluzione al problema della regolamentazione delle piattaforme digitali?

Vincenzo Tiani
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Perché dovremmo vederli come mezzi di comunicazione?

La prima obiezione che di solito viene posta a chi chiede un maggiore interventismo delle piattaforme nella moderazione dei contenuti è puramente tecnica e ha a che fare con gli algoritmi. La maggior parte delle azioni che avvengono sui social network è infatti regolata da piccoli processi automatizzati – gli algoritmi appunto – progettati per risolvere problemi di varia natura attraverso istruzioni prestabilite. 


Salvo rare eccezioni – come ad esempio la decisione di Facebook, Twitter e Instagram di sospendere gli account di Donald Trump – sono gli algoritmi a decidere se un contenuto violi o meno i termini di servizio della piattaforma ed è sempre l’algoritmo, eventualmente, a comminare una sanzione commisurata alla violazione. La moderazione dei social network non è dunque affidata a un “giudice” umano, ma ad una stringa di codici informatici progettati dall’azienda e di cui sappiamo veramente poco. D’altra parte, il numero di impiegati necessari a processare ogni singola richiesta sarebbe incalcolabile.

 

Un caso classico di malfunzionamento degli algoritmi risale ad esempio al 2016, quando Facebook iniziò a rimuovere dalla sua piattaforma la celebre fotografia di Nick Ut, che mostrava una bambina vietnamita nuda in fuga dal suo villaggio durante un bombardamento al napalm. Ciò accadde perché l’algoritmo era stato progettato per censurare le immagini contenenti bambini nudi, ma un codice informatico non è in grado di distinguere tra una fotografia storica che denuncia l’orrore della guerra e un contenuto pedopornografico. Per questo motivo chi spinge per limitare il potere delle piattaforme si chiede: possiamo affidare le sorti del nostro dibattito pubblico a un sistema così poco umano e così tanto fallibile?

 

L’altro problema con il potere delle piattaforme è rappresentato dalle possibili ripercussioni sul sistema democratico. Viviamo nella cosiddetta “era della disintermediazione”, il periodo storico che ha di fatto reso superfluo il ruolo degli intermediari: oggi un politico non ha più bisogno di una troupe televisiva per veicolare il suo messaggio, un’azienda non è costretta ad affidare un comunicato alle agenzie stampa e i negozi fisici non sono più un elemento fondamentale della catena distributiva. Ognuno di quei filtri è stato gradualmente soppiantato proprio dalle piattaforme digitali, che sono oggi spazio di propaganda politica, di comunicazione istituzionale e di transazioni commerciali.

 

Esiste però un altro lato della medaglia. Come spiegava nel 2018 il Garante della Privacy Antonello Soro nella sua relazione annuale al Parlamento, le aziende del web sono di fatto anche degli oligopoli e ciò vuol dire che pochi attori sono in grado di influenzare il mercato. Questo si traduce soprattutto in un problema per la libertà d’espressione: cosa accade se le piattaforme decidono di estromettere un politico, una compagnia di media o un’azienda sgradita? 

 

Come sappiamo, le piattaforme digitali sono entità private continuamente oggetto di lobby e lasciare a queste un ampio margine di discrezionalità sui contenuti da pubblicare o su quelli da censurare rischierebbe di minare le basi del nostro dibattito pubblico. A questo proposito vale la pena di citare il caso di Mother Jones, sito d’informazione apertamente schierato a sinistra che, secondo un articolo del Wall Street Journal, nel 2017 sarebbe stato consapevolmente penalizzato dagli algoritmi studiati da Facebook per le news.

 

In quest’ottica le piattaforme digitali dovrebbero dunque restare un semplice mezzo di comunicazione – come il telefono e la carta stampata – e non delle aziende editoriali vere e proprie, come il Gruppo Gedi e Mediaset. Come vedremo, non tutti sono d’accordo con questa visione.

 

Perché dovremmo renderle piattaforme editoriali?

I sostenitori della corrente di pensiero che spinge per una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme digitali fa perno su un assunto di base: non tutte le opinioni e non tutte le espressioni sono ammissibili nel discorso pubblico. Questa considerazione diventa particolarmente stringente nel caso della disinformazione sul web.

 

Come sappiamo, negli anni la Rete ha assunto un ruolo centrale nel sistema informativo delle nostre società e, secondo una recente ricerca Istat, il 42% degli italiani viene oggi a contatto con le news che riguardano la politica attraverso lo schermo di un pc o di uno smartphone. Quasi un quinto di questi, come ha rilevato l’Istituto di Statistica, utilizza come mezzo d’informazione preferenziale proprio i social media. La centralità delle piattaforme digitali nei processi decisionali è stata ulteriormente sottolineata dalle elezioni americane del 2016, quando, come ha poi ammesso lo stesso Mark Zuckerberg, Facebook giocò un ruolo cruciale nell’elezione del presidente Donald Trump.

La questione di vagliare la correttezza dell’informazione online è diventata dunque ineludibile e per questo prima Facebook e poi Twitter hanno lanciato dei programmi di fact-checking studiati per garantire il massimo della libertà d’espressione e al contempo una verifica sui contenuti pubblicati. Non sono i social network a decidere cosa sia informazione e cosa disinformazione (la creatura di Zuckerberg lascia questa valutazione a giornalisti terzi, Twitter sta sperimentando un approccio “dal basso” che coinvolga gli utenti), ma la sola necessità di un controllo sui contenuti va nella direzione immaginata da chi preme per la responsabilità editoriale delle piattaforme. 

 

Lo stesso discorso vale per le sanzioni applicate dai social network a personalità politiche di spicco come Donald Trump. In un lungo post pubblicato sulla sua pagina Facebook, Mark Zuckerberg ha spiegato l’eccezionalità delle misure prese nei confronti dell’ex-Presidente e di come queste fossero state a lungo rimandate perché «il pubblico ha diritto al più ampio accesso possibile ai discorsi politici, anche a quelli più controversi». Alla fine, tuttavia, la sospensione del profilo di Trump si è resa necessaria perché «il rischio di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio era semplicemente troppo alto». Anche Zuckerberg, insomma, che da sempre rifiuta l’etichetta di “azienda editoriale” per Facebook, è dovuto scendere a compromessi con questa idea. 

 

L’ultimo argomento utilizzato dalla frangia di persone favorevoli all’idea di un “filtro” esercitato dalle piattaforme è quella che collega una concessione di maggior potere a ulteriori responsabilità. Se i social network fossero a tutti gli effetti riconosciuti come editori, infatti, questi dovrebbero sottostare a una regolamentazione più ferrea, sul modello di quella oggi in vigore per la stampa.


L’informazione, cartacea e online, è infatti sottoposta alla legge n.47 del 1948, che stabilisce precisi obblighi per le testate registrate e ne definisce le responsabilità. In questo modo, sostengono i fautori di un simile approccio, il potere delle piattaforme ricadrebbe sotto la giurisdizione dello Stato e sarebbe persino inferiore a quello detenuto fino ad ora. Questa ipotesi è naturalmente quella più punitiva per la libertà d’espressione – perché di fatto impedirebbe agli utenti di pubblicare contenuti non approvati dai social network – e trasformerebbe del tutto le piattaforme in aziende editoriali. Queste diventerebbero infatti legalmente responsabili dei contenuti ospitati, anche per violazioni come la diffamazione, ad esempio, la cui responsabilità ricade oggi solo sull’offendente (al contrario, in situazioni simili a pagare sui giornali è anche l’editore).

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In conclusione

Il problema nell’immaginare un approccio alle piattaforme digitali è innanzitutto di definizione. Si può ragionevolmente pensare che queste siano dei semplici strumenti e che in quanto tali non dovrebbero poter giudicare i contenuti che ospitano (come avviene con i telefoni, che non pongono paletti sul contenuto delle chiamate), ma è innegabile che siamo di fronte a strumenti potenti, in grado di cambiare il volto del mondo in cui viviamo.

 

Oppure si può pensare che Facebook, Twitter, Instagram e TikTok siano degli editori e che in quanto tali dovrebbero porre barriere all’accesso per chi intende condividere informazioni. In questo caso, tuttavia, ci troveremmo a rinunciare a un pezzo della nostra libertà, che è la libertà di comunicare con gli altri in uno spazio pubblico e non regolamentato com’è internet. Non esiste una soluzione valida in assoluto e ancora una volta tutto dipende dal tipo di società che sceglieremo di essere. Come sempre, ma questa volta forse un po’ di più, perché dal modo in cui decideremo di regolamentare internet dipenderà buona parte del nostro futuro.

 
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