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16/01/21

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Che fare con le droghe leggere?

I governi vanno e vengono, le legislature finiscono e persino i protagonisti della politica passano, inghiottiti dal tempo e dalla rapidità di un mondo che cambia. Solo alcuni temi restano fedeli a sé stessi, sopravvivendo ai governi e attraversando le legislature, camminando sulle gambe di nuovi uomini e di nuove donne: uno di questi riguarda l’approccio legislativo alle droghe leggere.

 

Con il termine “droghe leggere” intendiamo una categoria non sempre ben definita di sostanze psicotrope, incapaci (o limitatamente capaci) di creare dipendenza. Tra queste rientrano sicuramente i derivati della cannabis come marijuana e hashish, ma in alcuni casi il termine finisce per inglobare anche sostanze psichedeliche come funghi allucinogeni, DMT (sostanza presente ad esempio nell’ayahuasca) e LSD. In Italia l’utilizzo di queste sostanze è regolamentato dalla cosiddetta legge “Iervolino-Vassalli” – dai nomi dei suoi due promotori, l’allora ministro per gli Affari Sociali Rosa Russo Iervolino (Democrazia Cristiana), e l’allora ministro della Giustizia Giuliano Vassalli (Partito Socialista) – un testo unico approvato nel 1990 con l’importante contributo di Vincenzo Muccioli, fondatore della controversa comunità di recupero di San Patrignano e protagonista del documentario “SanPa: Luci e tenebre di San Patrignano”, su cui abbiamo fatto un approfondimento proprio pochi giorni fa.

 

La legge attualmente in vigore ha subito negli anni numerose modifiche, ma ancora oggi è da più parti criticata a causa del suo impianto originale:per quanto riguarda l’uso personale, non fa distinzione tra “droghe leggere” e “droghe pesanti”. Questo nodo è diventato negli anni motivo di scontro tra due schieramenti (non sovrapponibili a quelli di “destra” e “sinistra”), che si battono per le sorti legislative di cannabis e affini. Nelle ultime settimane il dibattito politico si è concentrato su un emendamento che propone la liberalizzazione della cannabis light (la cosiddetta “canapa senza efficacia drogante”), argomento che è riuscito ancora una volta a far litigare la maggioranza di governo.

Quello delle droghe leggere è un argomento particolarmente attuale, accompagnato da un dibattito divisivo nel quale non è sempre facile orientarsi. Sembra insomma un lavoro per Prisma, la newsletter di Torcha nata per mettere a confronto due visioni del mondo apparentemente inconciliabili, nel tentativo di approfondire un tema di attualità in tutta la sua complessità: 

mettetevi comodi e buona lettura!

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Nel caso fossi di fretta

  • Riguardo i rischi per la salute dovuti al consumo di droghe leggere non esiste un parere definitivo della comunità scientifica: sappiamo che ci sono, non ne conosciamo la misura

  • La legalizzazione delle droghe leggere potrebbe colpire la criminalità organizzata, ma probabilmente meno di quanto si pensa

  • Il guadagno per lo stato in caso di legalizzazione è indubbio, ma ciò aprirebbe una questione etica: può lo stato guadagnare, mettendo a repentaglio la salute dei suoi cittadini?

La legge in vigore

Prima di analizzare le diverse posizioni in campo, vale la pena definire un po’ meglio ciò di cui stiamo parlando. La legge attualmente in vigore è il D.P.R. n. 309 del 9 ottobre 1990, anche noto come “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”. La legge configura come un illecito l’uso personale di droga (senza distinzione tra droghe leggere e pesanti), prevedendo sanzioni amministrative che vanno dall’avvertimento del Prefetto fino alla sospensione della patente o del passaporto.  

 

Non esiste dunque la possibilità di consumare marijuana per scopi ricreativi – come avviene in alcuni Paesi europei – mentre è legale, seppur con molte limitazioni, il suo utilizzo per fini terapeutici. La distinzione tra droghe leggere e pesanti entra invece in gioco quando si parla di produzione e spaccio, per i quali la legge prevede il carcere e la possibilità di ricorrere a misure alternative come l’affidamento in comunità, con diverse sfumature di gravità.


Tra il 2006 e il 2014 la “Iervolino-Vassallo” era stata modificata dal decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, meglio noto come “legge Fini-Giovanardi”, che aveva eliminato definitivamente la distinzione tra droghe leggere e pesanti, inasprendo le pene sia per la detenzione che per lo spaccio. Nel 2014 la legge è stata tuttavia dichiarata incostituzionale dalla Consulta (non per il suo contenuto, ma per un vizio di forma relativo alle modalità di approvazione), ripristinando l’impianto della “Iervolino-Vassallo”, seppur con alcune modifiche minori introdotte dal governo Renzi.

Benedetto Della Vedova (sottosegretario agli Esteri):

«I consumatori italiani versano miliardi di euro alla mafia, alla ‘ndrangheta e alla camorra. Il mercato della cannabis da problema di criminalità può diventare un’occasione in termini di economia legale e in termini di bilancio dello Stato. Nessuno dice che la cannabis fa bene, tabacco e alcol fanno male uguale, ma fortunatamento sono legali e producono entrate importanti»

Matteo Salvini

(segretario della Lega):

«La droga fa male, permettere che lo Stato ingrassi anche sulle droghe è un’assurdità. Piuttosto riapriamo le case chiuse: il sesso protetto non fa male a nessuno, la droga sì. Io non voglio che lo stato speculi su dei ragazzi che hanno delle difficoltà».

 
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La nostra intervista

Per analizzare meglio i termini della legalizzazione dal punto di vista dei possibili effetti nocivi sulla salute, abbiamo contattato il dottor Federico Russo, psicologo clinico e divulgatore scientifico. 

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Dottor Russo, quali sarebbero gli effetti sulla salute di una possibile legalizzazione delle droghe leggere?

Federico Russo
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Legalizzazione delle droghe leggere: perché no

L’argomento principale di chi si oppone alla legalizzazione delle droghe leggere ha a che fare con gli effetti sulla salute dei consumatori. Secondo i sostenitori dell’attuale impianto legislativo, lo stato non dovrebbe in alcun modo rendersi “complice” dell’assunzione di sostanze potenzialmente nocive e dovrebbe anzi metterle al bando. 

 

Quello sui possibili danni del consumo di cannabis è un dibattito tuttora aperto anche all’interno della comunità scientifica, che sul tema non presenta una posizione unitaria. Lo studio più citato quando si parla delle conseguenze causate dall’utilizzo di cannabis risale al 2012 ed è stato realizzato in Nuova Zelanda da un gruppo di ricercatori della Duke University. Questa ricerca ha evidenziato l’esistenza di una correlazione tra l’utilizzo di marijuana e il declino cognitivo del consumatore, in particolar modo tra gli individui che hanno iniziato a farne uso durante l’adolescenza e proseguito in età adulta. Un successivo studio del 2014 ha invece collegato il consumo di cannabis (sempre tra gli adolescenti) ad anomalie nella loro struttura cerebrale.

 

Di segno opposto è lo studio realizzato nel 2016 dalle Università della California e dal Minnesota, che hanno seguito per un intero decennio tremila gemelli volontari, che al momento del reclutamento avevano tra i 9 e gli 11 anni, chiedendo loro se facessero o meno uso di cannabis. Alla fine del periodo, i ragazzi che avevano detto di fare uso abituale di cannabis avevano perso fino a quattro punti di quoziente intellettivo, proprio come i loro gemelli che invece avevano dichiarato di non farne uso. La ricerca non ha dunque riscontrato tracce evidenti di declino cognitivo.

 

Se le ricerche sui danni cognitivi della cannabis appaiono contrastanti, molto meno sfumata è la situazione per quanto riguarda gli effetti negativi per la salute. Come spiega un report pubblicato nel 2017 dalla National Academies of Sciences americana, tra i consumatori di lunga data si registra un aumento dei casi di bronchite e altri sintomi respiratori associati al fumo (fumare una canna equivale a fumare dalle 2,5 alle 5 sigarette, sottolinea il rapporto), mentre le donne incinte che fanno uso di cannabis hanno una probabilità maggiore di partorire bambini con peso più basso alla nascita (la differenza di peso si aggira in questo caso sugli 84 grammi). In generale, dice il rapporto, l’utilizzo di cannabis è correlato con un rischio più alto di schizofrenia e psicosi (secondo gli studi citati nel report la probabilità di presentare sintomi psicotici per i consumatori di cannabis aumenta del 3,9%), oltre che di incidenti stradali (lo studio principale contenuto nel report parla di una possibilità tra il 20 e il 30% maggiore di fare incidenti dopo aver assunto droghe leggere).

 

Questi rischi hanno portato diversi scienziati a sostenere la posizione secondo cui non esisterebbe una differenza sostanziale tra droghe leggere e droghe pesanti, facendo leva sul fatto che anche la cannabis genera dipendenza. Come ha spiegato il professor Bonci (tra i massimi esperti al mondo di dipendenze) su Medical Facts, «sebbene il rischio di sviluppare disturbo da uso di cannabis sia inferiore a quello di sviluppare dipendenza da altre sostanze (come nicotina, eroina e cocaina), questa sindrome colpisce comunque più del 4-8% degli adulti, e la dipendenza da cannabis può interessare fino al 9% dei consumatori». Stiamo parlando, vale la pena sottolinearlo ancora una volta, di un argomento che non mette d’accordo la scienza e sul quale non esistono ancora risposte definitive. 

 

Un altro punto molto battuto da chi sostiene la criminalizzazione delle droghe leggere è quello secondo cui queste sarebbero il primo passo verso l’assunzione di droghe pesanti. Tra gli ultimi esponenti politici a ribadire il concetto c’è stato anche il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani, che commentando una sentenza della Cassazione a favore della coltivazione di cannabis per uso personale, a inizio 2020 aveva dichiarato: «Quelli che fanno uso di droghe pesanti hanno iniziato facendosi una canna».

 

È la cosiddetta tesi della cannabis come “droga di passaggio”, un tema piuttosto controverso che anche in questo caso divide la scienza. Lo studio più interessante a suffragio di questa teoria risale al 2015 e indica una probabilità del 44 per cento che un consumatore abituale di cannabis sviluppi in futuro dipendenza da droghe pesanti. Una ricerca del 2016 evidenzia invece una correlazione tra l’uso di marijuana e l’abuso di alcol nei tre anni successivi l’assunzione di cannabis. Come spiega il Dipartimento della Salute americano, tuttavia, «la maggior parte delle persone che fanno uso di marijuana non passano a sostanze pesanti» e, oltre alla marijuana, gli studi sottolineano una correlazione con le droghe pesanti anche per quanto riguarda alcol e nicotina.  

 

Legalizzazione delle droghe leggere: perché sì

L’argomento principale di chi sostiene la necessità di legalizzare i derivati della cannabis è la lotta alla criminalità. In assenza di un canale legale, infatti, le sostanze stupefacenti sono oggi immesse sul mercato da mafie e piccola criminalità, un giro d’affari che secondo l’ultima relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia vale ogni anno 15,8 miliardi di euro, il 40% dei quali derivanti dallo spaccio di cannabis.

 

Il traffico di droga è la principale fonte di guadagno per le mafie italiane, che ne reinvestono i proventi per  altre attività criminali che vanno dal traffico d’armi allo sfruttamento della prostituzione. Togliere alle mafie questo mercato, sostiene la fetta di opinione pubblica favorevole alla legalizzazione, assesterebbe un duro colpo all’economia criminale, che solo in Italia vale oggi oltre 400 miliardi di euro. 

 

Ciò non è del tutto vero secondo il procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri, che in un’intervista rilasciata nel 2016 a Repubblica ha dichiarato che «legalizzare la cannabis non aiuta a colpire le mafie» perché lo Stato non potrebbe comunque vendere ai minorenni, una fetta di consumatori che secondo l’esperto di criminalità organizzata ammonterebbe a tre quarti del totale e che si rifornirebbe comunque attraverso canali illegali. Gratteri sostiene, inoltre, che «la legalizzazione non consentirebbe comunque di intaccare» il mercato nero, dal momento che «le mafie per coltivare canapa o importarla dall'estero non pagano luce, acqua e personale, se lo Stato legalizza invece dovrà assumere operai, pagare acqua, luce, il confezionamento, il trasporto». Lo stato venderebbe dunque la cannabis a un prezzo maggiorato e ciò lascerebbe alle mafie il controllo di una discreta fetta di affari.

 

Un altro argomento utilizzato dai favorevoli al consumo e alla commercializzazione di cannabis legale è prettamente economico ed è quello dell’eventuale guadagno per le casse dello stato. Secondo uno studio dell’Università di Messina risalente al 2019, in caso di regolamentazione lo stato guadagnerebbe 6 miliardi di euro, a cui si aggiungerebbe un risparmio di 541 milioni per la magistratura carceraria (calcolata sul numero di detenuti arrestati per possesso di droga leggera e detenuta in carcere) e di altri 228 milioni per spese oggi legate ad operazioni di ordine pubblico e sicurezza. Uno studio Coldiretti/Ixè ha inoltre sottolineato che la legalizzazione della cannabis garantirebbe almeno 10 mila nuovi posti di lavoro. 

 

Non si tratterebbe però di solo guadagno, dal momento che lo stato dovrebbe comunque spendere dei soldi per regolamentare e mettere in moto un sistema che al momento non esiste (ad esempio per quanto riguarda punti vendita e fornitori) e aumenterebbe anche la spesa per il sistema sanitario, ulteriormente gravato da quelle patologie che, come abbiamo visto, sono connesse all’utilizzo di cannabis. E poi c’è sempre un problema etico: può lo stato vendere un prodotto potenzialmente nocivo? Per rispondere a questa domanda, i sostenitori della legalizzazione citano l’esempio delle sigarette e del gioco, temi sui quali quali lo stato italiano esercita il monopolio.

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In conclusione

Sul tema della legalizzazione delle droghe leggere è in corso un delicato dibattito politico, che ha molto a che fare con il dibattito interno alla comunità scientifica. Al momento sappiamo ancora troppo poco circa i possibili effetti negativi sulla salute umana dovuti al consumo di cannabis e per questo è difficile trarre conclusioni definitive. Gli effetti negativi, almeno in minima misura, esistono in ogni caso.

 

Sappiamo però che il calcolo costi/benefici, almeno dal punto di vista economico, pende dalla parte della legalizzazione, mentre il principio di precauzione (relativo alla salute) farebbe protendere per il mantenimento dell’attuale assetto legislativo. Tutto si riduce dunque a una scelta, molto complessa, tra un potenziale rischio per la salute e un sicuro ritorno economico: una scelta che lo stato italiano ha già fatto nel caso dei giochi e del tabacco.

 
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