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22/05/21

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Il costo

della politica

Chi segue la newsletter di Prisma fin dalle sue prime battute, sa bene quanto da queste parti la politica sia considerata uno strumento essenziale per governare la complessità del mondo e al contempo rappresentare le numerose istanze di un elettorato ogni giorno più vario e frammentato. La politica può essere un’attività esclusiva o affiancata ad una carriera parallela, come avevamo avuto modo di argomentare qualche puntata fa, e può essere comunicata sottovoce o attraverso un grande dispiegamento di mezzi propagandistici, avevamo appurato in un’altra circostanza. È rimasta dunque in ballo un’ultima questione: quanto deve essere pagata la politica?

Lo spunto è stato fornito nei giorni scorsi dal premier Mario Draghi, che con una nota pubblicata sul sito della presidenza del Consiglio ha rinunciato ufficialmente al compenso per la carica assunta, che in base alla legge 218 del 1999 ammonta a 114 mila euro lordi l’anno. Draghi non è il primo capo di governo italiano a compiere questa scelta – già Mario Monti e Paolo Gentiloni avevano rinunciato agli emolumenti, potendo contare rispettivamente sull’indennità da senatore a vita e sullo stipendio da parlamentare, mentre Giuseppe Conte aveva optato per un taglio del 20% – e questo è il segno di un trend se non ancora totalmente radicato, certamente molto significativo.

 

La decisione di Draghi ha polarizzato ancora una volta il dibattito pubblico italiano, che si è diviso tra i favorevoli – come Danilo Toninelli, che ha definito il Presidente del Consiglio «un grillino» – e i non favorevoli, la cui posizione viene riassunta da Il Foglio, giornale da sempre contrario alla decennale battaglia del Movimento 5 Stelle contro i costi della politica. Che quello di Draghi sia stato un segnale politico o un gesto dettato da semplice etica personale, il problema rimane lo stesso e a che fare con la sostenibilità della politica, da un lato, e con l’esigenza di mettere al servizio del Paese le menti più brillanti, non importa a quale costo. 

Come avrete intuito, la puntata di oggi farà i conti in tasca alla politica, per capire se e quanto il livello di retribuzione possa influire sulla qualità dei nostri rappresentanti.

 

Benvenuti al ventunesimo appuntamento con Prisma e buona lettura a tutti!

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Nel caso fossi di fretta

  • Con una mossa che ha spiazzato l’opinione pubblica, Mario Draghi ha rinunciato al suo stipendio da Presidente del Consiglio. La notizia ha riacceso una disputa mai sopita nel dibattito italiano, quello sulla giusta retribuzione dei parlamentari

  • Chi spinge per un contenimento dei costi della politica – Movimento 5 Stelle in testa – chiede ai parlamentari di dare “il buon esempio”. I cittadini sarebbero insomma più propensi ad accettare misure di austerity se i suoi rappresentanti facessero lo stesso. La pandemia ha accelerato questo processo, riportando il tema all’ordine del giorno

  • Secondo un recente report commissionato dall’Unione Europea, i rappresentanti italiani sono i più pagati al mondo, davanti a Germania, Francia e Stati Uniti

  • Chi si oppone a ogni ipotesi di taglio dei trattamenti destinati ai parlamentari ne fa soprattutto una questione di qualità. Una politica ben pagata è una politica libera da ogni condizionamento e attrae le personalità più brillanti

  • Secondo alcuni studi, una retribuzione più alta spinge i politici a perseguire politiche nell’interesse dei cittadini.

Danilo Toninelli (deputato Movimento 5 Stelle):

 «Draghi è diventato grillino. Anche se a differenza mia, qualche soldo nella vita lo avrà messo via, perché noi li restituiamo da quando siamo in politica. Però è una bella notizia, un bell’esempio. Penso che la politica oltre alle buone azioni, anzi, prima delle buone azioni, debba dare dei buoni esempi e questo è un buon esempio di cui il sottoscritto e tutti gli italiani devono ringraziare questo Presidente del Consiglio».

Alfonso Celotto (costituzionalista):

«La notizia di oggi è che Draghi ha rinunciato allo stipendio. Ma quant’è lo stipendio di Presidente del Consiglio? Ottantamila euro. Che è uno stipendio in un’Italia dove solo lo 0,1% dei contribuenti dichiara più di 100 mila euro e quindi significativo. Però sapendo: le responsabilità, la divisività dell’incarico, i rischi giudiziari (perché sappiamo che tutti i grandi sindaci finiscono con una serie di processi addosso) e quindi il costo di tutto questo, la politica diventa una scelta eroica».

 
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La nostra intervista

Per contestualizzare al meglio il dibattito sul taglio dei costi della politica abbiamo chiesto l’aiuto di Anna Marzano, consulente politica ed esperta di comunicazione.

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Marzano, perché stiamo di nuovo parlando della necessità di contenere i costi della politica?

Anna Marzano
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Tagliare i costi della politica: perché sì

Il primo argomento di chi in questi anni si è battuto per tagliare i costi della politica ha a che fare con il “buon esempio” che i rappresentanti dello Stato dovrebbero dare ai cittadini. L’importanza simbolica di questa battaglia è stata pesantemente enfatizzata nella narrazione del Movimento 5 Stelle, che fin dal primo V-Day del 2007 ha posto l’accento sulla necessità di combattere i cosiddetti “privilegi della Casta”

A distanza di quattordici anni dal suo atto fondativo, possiamo affermare che il partito di Beppe Grillo abbia in qualche modo vinto la sua battaglia culturale: non c’è solo la rinuncia volontaria di Draghi allo stipendio da premier – mossa dal sapore davvero poco propagandistico, ma che si inserisce nel solco segnato dai parlamentari 5 Stelle, costretti per statuto a restituire parte degli emolumenti messi a disposizione dallo Stato – ma anche il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, approvato nel 2020 con quasi il 70% dei suffragi (e il sostegno del Partito Democratico).

 

Il tema del contenimento dei costi della politica è tornato prepotentemente d’attualità durante l’emergenza sanitaria globale, quando il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha proposto un taglio degli stipendi parlamentari perché «se chiediamo sacrifici ai cittadini, allora dobbiamo essere pronti anche noi a farne». A rafforzare la posizione dell’ex capo politico grillino ha contribuito anche l’atteggiamento assunto da alcuni Paesi – tra i quali Giappone, Nuova Zelanda e Grecia – che hanno deciso di dare una sforbiciata ai compensi della politica come forma di solidarietà nell’emergenza Covid. La pandemia potrebbe rappresentare insomma l’occasione perfetta per dare il colpo di grazia a quelli che vengono tuttora percepiti come “i privilegi” della politica.


Ma quanto costa effettivamente la politica italiana? Secondo i calcoli del think tank Orizzonti Politici, la spesa complessiva per far funzionare Camera e Senato si aggira attualmente sul miliardo e mezzo di euro, ma sul bilancio pesano soprattutto le pensioni degli ex parlamentari e le spese per il personale dipendente. Tra indennità e rimborsi spese, le finanze stanziate per retribuire deputati e senatori ammontano a circa 225 milioni di euro ogni anno – poco meno di 240 mila euro a testa, che diventano 140 mila se consideriamo i soli stipendi. Secondo un recente report commissionato dall’Unione Europea, quelli italiani sono i parlamentari più pagati del mondo, guadagnando in media 56mila euro più dei colleghi francesi, 35mila più degli americani ed esattamente il doppio dei lord inglesi.

 

Tagliare i costi della politica: perché no

Chi si oppone all’idea di tagliare i trattamenti erogati ai parlamentari italiani ne fa soprattutto una questione di qualità. Come spiegava un articolo del magazine americano Slate nel lontano 2013, quello della politica è un mestiere ingeneroso, che spesso costringe i suoi protagonisti a cimentarsi con lunghe trasferte (seppur retribuite), campagne elettorali stressanti, un personale inesperto e un ambiente di lavoro generalmente «avvelenato» da dissapori e rivalità. 

 

Senza contare che una bassa retribuzione finirebbe per allontanare dalla politica le personalità più brillanti e preparate, attratte dai molti altri lavori più appaganti e meglio remunerati, o le porterebbe ad agire in modo economicamente vantaggioso per se stessi (facendo ad esempio gli interessi delle lobby). Insomma, quello della politica è un mestiere molto delicato e da esso dipende la qualità stessa delle nostre democrazie, per questo dovremmo utilizzare ogni mezzo a nostra disposizione per renderlo quanto più possibile “appetibile”

 

Nell’articolo di Slate si fa esplicito riferimento all’esempio di Singapore, che per combattere la corruzione, dalla metà degli anni Novanta (e poi con più vigore nel 2011) ha pensato di gestire il suo governo come «un’azienda privata», attraendo i migliori professionisti sulla piazza con stipendi molto più alti della media continentale. La mossa ha funzionato, ma con l’avvento della pandemia di Covid-19, anche la città-Stato asiatica ha dovuto ripensare parzialmente la sua politica, varando un taglio degli stipendi governativi.

 

L’approccio non ha solo un fondamento empirico, ma è sostenuto da evidenze scientifiche. Come racconta su Domani Mattia Ferraresi, una ricerca pubblicata nel 2015 da Renee Bowen e Cecilia Mo, rispettivamente economista di Stanford e politologa della Vanderbilt University, ha sottolineato come «quando i rappresentanti sono pagati di più, sono più interessati a mantenere il proprio posto ed è più probabile che perseguano politiche nell’interesse dei cittadini». I soldi spesi per la politica sono in questo senso un investimento sul futuro del nostro Paese e non esiste risparmio o battaglia anti-Casta che tenga.

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In conclusione

La recente decisione di Mario Draghi di rinunciare allo stipendio da Presidente del Consiglio ha riacceso il riflettore su un dibattito che divide l’opinione pubblica italiana, quello relativo al contenimento dei costi della politica. Negli ultimi anni questa è diventata la madre di tutte le battaglie per il Movimento 5 Stelle, che appena qualche mese fa ha ottenuto una storica vittoria nel referendum sul taglio dei parlamentari.

 

Chi è favorevole ai tagli chiede ai parlamentari di “dare il buon esempio” ai cittadini, soprattutto in questo momento di crisi dovuto alla pandemia di coronavirus, e ha trovato in Mario Draghi un inaspettato (e inconsapevole) “alleato”. Secondo un recente report commissionato dall’Unione Europea, la retribuzione dei rappresentanti italiani è la più alta del mondo e questo dato ha contribuito a gettare benzina sul fuoco dell’indignazione. 

 

Chi si oppone a ogni iniziativa di contenimento dei costi ne fa invece una questione di qualità. Le retribuzioni alte attraggono infatti le menti più brillanti e rappresentano una garanzia di indipendenza da ogni tipo di condizionamento economico. Questa convinzione è convalidata non solo dall’esperienza empirica di Singapore, ma anche da autorevoli studi scientifici.

 
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