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17/04/21

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L’aria che tira a Taranto

Preparando settimanalmente una newsletter dedicata ai bivi offerti dall’attualità e alle mille sfaccettature di un mondo complesso, sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato il momento di parlare di Taranto, il luogo d’Italia che più di ogni altro incarna tutte quelle dolorose scelte che ogni settimana cerchiamo di approfondire e razionalizzare con Prisma. 

 

Da ormai molti anni, la città di Taranto è entrata nel dibattito pubblico italiano come sinonimo di una delle acciaierie più grandi e importanti d’Europa – l’ex Ilva, oggi ArcelorMittal – complesso industriale che tra fabbrica e indotto impiega oggi quasi 12 mila dipendenti, ma che è al centro di uno dei più gravi disastri sanitari e ambientali della storia italiana ed europea. Solo nel 2010, secondo la perizia chimica richiesta dalla Procura di Taranto, il polo siderurgico tarantino avrebbe emesso 4.159 tonnellate di polveri, 11 mila di diossido d’azoto e altrettante di anidride solforosa. La perizia epidemiologica ha invece calcolato che tra il 2004 e il 2010 tali emissioni avrebbero causato la morte di 11.550 persone, decessi avvenuti soprattutto per patologie cardiovascolari e respiratorie.

 

L’intera vicenda è oggi al centro di un processo per disastro ambientale che coinvolge l’ex proprietà dello stabilimento, alcuni dei suoi passati dirigenti ed esponenti politici accusati di aver consentito per decenni ad Ilva di inquinare impunemente. Nel frattempo, dal 2014 l’ex Ilva è al centro di un lento processo di bonifica (fermo attualmente alla fase preliminare di studio) e da qualche mese l’azienda è parzialmente gestita dallo stato italiano, con Invitalia (società controllata dal Mef) che è entrata per il 50 per cento nella compagine azionaria degli impianti siderurgici.

 

Nei giorni scorsi il governo Draghi ha scelto l’ex ad di Eni Franco Bernabé per guidare la joint venture pubblico-privata che controlla l’acciaieria e sarà dunque lui a guidare il processo di decarbonizzazione che secondo il Mef dovrebbe portare «all'attivazione di un forno elettrico capace di produrre fino a 2,5 milioni di tonnellate l'anno». Nel frattempo, però, lo stabilimento continua a inquinare e a Taranto si continua a morire di tumore.


Taranto e l’Italia intera si trovano ormai da anni di fronte alla scelta tra la tutela della salute pubblica e il mantenimento dei livelli occupazionali, un braccio di ferro tra Stato, sindacati e associazioni di cittadini che vede al centro del dibattito la stessa chiusura dello stabilimento.

Benvenuti alla sedicesima puntata di Prisma,

la prima il cui argomento è stato selezionato direttamente dalla community di Torcha. Oggi parleremo dell’ex stabilimento Ilva, dei pro e dei contro di una sua eventuale chiusura.

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Nel caso fossi di fretta

  • Chiudere lo stabilimento ex-Ilva di Taranto, ora in mano alla multinazionale ArcelorMittal, sarebbe il modo più rapido per porre fine a un disastro ambientale portato alla luce in tutta la sua drammaticità nel 2012

  • Esiste la proposta, auspicata da Regione Puglia e comune di Taranto, di una chiusura parziale degli impianti, ma non soddisfa completamente nessuna delle parti in causa

  • Chi preme per tenere in vita l’industria siderurgica tarantina lo fa in primo luogo per salvaguardare i livelli occupazionali, dal momento che l’eventuale chiusura metterebbe a rischio oltre 11 mila posti di lavoro

  • C’è infine una questione economica, dal momento che la produzione Ilva soddisfa gran parte del bisogno nazionale di acciaio e una sua eventuale chiusura costerebbe al nostro Paese oltre un punto di Pil

Michele Riondino (attore e attivista dell’associazione “Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti):

 «A scuola mi hanno insegnato il ciclo dell’acciaio, perché il mio destino era quello di finire in fabbrica. Quella fabbrica [l’ex Ilva] è degli anni Sessanta, si fa tanta chiacchiera attorno al destino di un’acciaieria che è morta. Non sono io a dire che quell’acciaieria va chiusa – e va chiusa – ma è il mercato che l’ha chiusa. Sono i padroni che l’hanno chiusa»

Matteo Salvini (segretario Lega):

«Con i posti di lavoro non si scherza. Su Ilva per carità, la tutela ambientale, però gli investitori che sono arrivati adesso hanno ereditato un disastro del passato. Però Ilva non è solo Taranto: Ilva è fondamentale per Taranto, per Novi Ligure e per Genova. E quindi con 15 mila posti di lavoro non si scherza. La tutela dell’ambiente e della salute per carità di Dio, è sacrosanta, ma ho visto il piano di recupero ambientale e per me sta in piedi»

 
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La nostra intervista

Per entrare nel dettaglio del processo a carica dell’ex Ilva e per comprendere meglio le ragioni alla base di una vicenda giudiziaria che dura ormai da un decennio, abbiamo chiesto l’aiuto di Vincenzo Frascella, giornalista freelance che ha seguito il caso fin dalle sue battute iniziali.

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Frascella, perché parliamo ancora oggi dello stabilimento ex Ilva?

Vincenzo Frascella
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Chiudere lo stabilimento: perché sì

Come abbiamo visto, il principale argomento di chi spinge per la chiusura – totale o parziale – dello stabilimento siderurgico di Taranto ha a che fare con le sue emissioni nocive, che nelle giornate peggiori arrivano a riempire un intero quartiere di polvere ferrosa e rossastra. E questo è solo l’aspetto visibile di un dramma che, si calcola, fa segnare un +500% di tumori tra gli impiegati della fabbrica e che miete circa 220 vittime ogni anno in tutta la Puglia. 

 

La soluzione radicale di spegnere tutti gli impianti è oggi sostenuta da numerose realtà cittadine – prima fra tutte quella dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, che dal 2013 organizza il concertone del 1 maggio a Taranto – da associazioni ambientaliste come PeaceLink e dal partito politico dei Verdi Italiani. Fino a tutta la campagna elettorale del 2018, l’idea di una «chiusura programmata» dell’ex Ilva era propagandata anche dal Movimento 5 Stelle, che soprattutto per questo motivo a Taranto ha ottenuto uno schiacciante 48% di preferenze alle ultime elezioni politiche. Da ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio è stato invece uno dei principali artefici dell’accordo sulla cessione di Ilva ad ArcelorMittal. 

 

L’entità del disastro ambientale in corso a Taranto era stata evidenziata per la prima volta dal Gip Patrizia Todisco, che nel luglio 2012 aveva firmato il provvedimento di sequestro (senza facoltà d’uso) degli impianti dell’Ilva di Taranto. Da quel momento, i governi italiani che si sono succeduti hanno partorito ben 12 decreti cosiddetti “salva-Ilva”, provvedimenti emergenziali che hanno permesso all’azienda di utilizzare in via temporanea gli impianti sequestrati. Nel frattempo, la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro il nostro Paese, definendo quello di Taranto «un chiaro esempio del fallimento nell’adottare misure adeguate per proteggere la salute umana e l’ambiente» e nel 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) si è pronunciata contro le misure messe in campo dall’Italia per proteggere i cittadini di Taranto dall’inquinamento. 

 

I rischi per la salute sono insomma noti a ogni livello istituzionale, ma le soluzioni studiate per abbassare le emissioni inquinanti degli impianti stentano a decollare. Nel 2014, l’allora governo Renzi decise di affidare la bonifica di Taranto alla commissaria straordinaria Vera Corbelli, che in sei anni ha prodotto quasi esclusivamente studi e progetti propedeutici all’attuazione di un vero e proprio piano d’azione. Dallo scorso 3 novembre, Corbelli è stata sostituita dal Prefetto di Taranto Demetrio Martino, una scelta temporanea che difficilmente accelererà i tempi della transizione ecologica e che ha riacceso le istanze di chi vorrebbe mettere la parola fine sull’esperienza siderurgica tarantina. 

 

Per questo motivo, qualcuno ha iniziato a pensare ad una soluzione a metà strada tra la chiusura totale e la lenta bonifica: lo spegnimento di una parte della fabbrica. Tra i sostenitori del provvedimento c’è il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, che nel 2020 ha emanato un’ordinanza per la chiusura della cosiddetta area a caldo, il settore dell’ex-Ilva più inquinante, quello contenente le cokerie, gli altiforni e le acciaierie. A febbraio 2021 il Tar di Lecce aveva così dato il via libera per lo stop agli impianti, chiamando in causa un pericolo «permanente ed immanente» per la salute e concedendo ad ArcelorMittal 60 giorni di tempo per adeguarsi, decisione sospesa qualche giorno fa dal Consiglio di Stato.


Secondo i suoi sostenitori, la chiusura dell’area a caldo sarebbe in grado di mantenere i livelli occupazionali, garantendo un netto taglio delle emissioni, e avrebbe un importante precedente nella decisione di Cornegliano, altro stabilimento ex-Ilva oggi totalmente convertito in un’area a freddo. Ma l’idea sembra non convincere veramente nessuno, a partire dai sindacati che temono licenziamenti di massa, e dalla stessa proprietà, che dovrebbe a quel punto acquistare semilavorati siderurgici sui mercati internazionali.

 

Chiudere lo stabilimento: perché no

Com’è chiaro, a Taranto si consuma da decenni uno scontro frontale tra lavoro e salute, diritti che nella città pugliese sembrano non riuscire a coesistere pacificamente. E se le ragioni per chiedere la chiusura dell’ex Ilva sono gravi e prioritarie, non mancano gli argomenti di chi invece lotta da anni per tenere aperta la fabbrica. 

 

Il nodo cruciale della questione riguarda i livelli occupazionali, che nell’opinione dei sindacati rimarrebbero intatti solo a patto di non spegnere gli impianti. Semplificando, chiudere totalmente o parzialmente gli stabilimenti ex Ilva significherebbe lasciare senza lavoro anche tutti o parte degli 11 mila dipendenti impiegati dall’azienda. Undicimila persone perlopiù formate in ambito siderurgico e difficilmente ricollocabili in un momento di crisi economica. 

 

L’attuale situazione aziendale di ArcelorMittal non lascia comunque serene le organizzazioni di categoria, dal momento che il piano aziendale presentato al governo nel 2020 prevedeva 3200 esuberi – scongiurati dall’intervento pubblico dello Stato nell’acciaieria – e che attualmente gli impiegati in cassa integrazione sono oltre 8 mila, provvedimento giustificato con il perdurare della crisi pandemica. Nonostante ciò, tenere aperti gli stabilimenti ex-Ilva resta ancora oggi la migliore alternativa dal punto di vista occupazionale. 

 

Il secondo argomento di chi preme per tenere in vita l’industria siderurgica tarantina è di carattere prettamente economico e considera l’ex Ilva un asset strategico del nostro Paese. Alla base di questa valutazione c’è un dato incontrovertibile: lo stabilimento oggi posseduto da ArcelorMittal è di fatto l’acciaieria più grande d’Europa e produce ogni anno dalle 6 alle 10 milioni di tonnellate di acciaio, una parte rilevante delle 25 milioni di tonnellate prodotte nel complesso in tutta Italia. 

 

Chiudere l’ex Ilva significherebbe insomma rinunciare a oltre un punto di Pil, come ha correttamente sostenuto nel 2019 l’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Il calcolo è stato effettuato da Svimez – un’associazione privata per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno – e pubblicato dal Sole 24 Ore, che ha sottolineato come spegnere gli impianti tarantini significherebbe mandare in fumo l’1,4 per cento del prodotto interno lordo nazionale, dal momento che un intero anno di produzione (calcolando la soglia minima delle 6 tonnellate) vale per l’Italia circa 24 miliardi di euro. All’azzeramento della produzione di acciaio andrebbe poi aggiunto quello sociale derivante perdita dei posti di lavoro, per un calcolo complessivo che, almeno dal punto di vista economico, si presenta come decisamente poco vantaggioso. 

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In conclusione

In definitiva, chiudere lo stabilimento ex Ilva di Taranto sarebbe il modo più rapido per far fronte a un disastro ambientale noto da quasi un decennio in tutta la sua drammaticità e che continua a produrre un numero inaccettabile di decessi ogni anno. L’eventuale bonifica di Taranto e la conversione “green” della fabbrica rappresenterebbe un modo più graduale e indolore di raggiungere l’obiettivo, ma i passi fatti in tal senso sono stati fino a questo momento lenti e non particolarmente significativi. 

 

Dall’altra parte, lo spegnimento degli impianti siderurgici sarebbe una mossa controproducente, tanto dal punto sociale che da quello economico. In gioco c’è il lavoro di 11 mila dipendenti ArcelorMittal e una consistente perdita economica, oltre che il destino di quello che è considerato a tutti gli effetti un asset strategico per il nostro Paese.

 

Come abbiamo visto, nel tirare le somme sulla possibile chiusura dello stabilimento ex Ilva si riproduce il classico impasse che attanaglia il dibattito pubblico, tarantino e nazionale: da una parte la salute, dall’altra il lavoro, senza che i due diritti possano mai giungere a una sintesi soddisfacente. L’alternativa resta sempre quella di una riconversione tecnica della fabbrica, che con le attuali risorse richiederebbe un tempo che la popolazione di Taranto non può più permettersi. Sullo sfondo si stagliano però le risorse del Recovery Fund, una quantità di denaro mai stanziata prima, che potrebbe finalmente regalare a Taranto e ai tarantini il meritato lieto fine. 

 
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